La seconda puntata della rubrica, curata da Ibrahim Traore, per conoscere la situazione nei Paesi da cui fuggono i migranti giunti in Europa si occupa della Costa d’Avorio. Nel Paese, dal 2011 ad oggi, si registrano regolamenti di conti tra opposte fazioni: quella fedele all’ex presidente Laurent Gbagbo e quella del presidente Alassane Ouattara. Il fenomeno dei “microbes”, baby-gang che si affrontano a colpi di machete.

“Non c’è una guerra ufficiale, ma c’è una sorta di ‘guerra fredda’. I regolamenti di conti sono all’ordine del giorno”, racconta Noel, giovane ivoriano ospitato in un centro di accoglienza a Bologna. Inoltre c’è il fenomeno dei microbes, delle baby-gang che si affrontano a colpi di machete.
A sei anni dalla fine della guerra, la situazione in Costa d’Avorio è tutt’altro che stabile e non è facile descrivere, con occhi occidentali, la complessità della situazione. Spesso il conflitto che ha visto contrapposti Laurent Gbagbo e Alassane Ouatarra fino al 2011 viene descritto come una guerra etnica o religiosa, Bété contro Dioula, cristiani contro musulmani, ma i rifugiati sottolineano che si tratta di una semplificazione.

La crisi inizia al cavallo del nuovo secolo, quando il generale Robert Guei effettua un colpo di Stato. Dopo una breve reggenza, affida il potere a Laurent Gbagbo, che nel 2001 diventa così presidente della Costa d’Avorio.
Nel 2002 Guillaume Soro tenta un colpo di Stato che fallisce. Il tentato golpe, però, si evolve in una rivolta armata, con annesso scorrimento di sangue e i ribelli di Forces Nouvelles prendono il controllo del nord del Paese. Nel 2007 Gbagbo viene a patti con loro e Soro viene nominato primo ministro.

Nel 2010 le elezioni vengono vinte da Alassane Ouattara, ma Gbagbo non sembra intenzionato a lasciare il potere.
Ne nasce un conflitto armato, che vede contrapposte due fazioni: da un lato il centro-ovest del Paese, con l’etnia Bété, di maggioranza cristiana e fedeli a Gbagbo, dall’altro il nord del Paese, con l’etnia Dioula, in maggioranza musulmana, che appoggia Ouattara.
Nel conflitto intervengono anche l’Onu e la Francia, che cercano di deporre Gbagbo, così come espresso nelle urne. Ciò riesce effettivamente nel 2011, quando Gbagbo viene arrestato e trasferito a Korhogo e, il 29 novembre, alla Corte Penale Internazionale (CPI).

Da quel momento, finita ufficialmente la guerra, la situazione in Costa d’Avorio sembra non essersi mai stabilizzata. Continuano infatti i regolamenti di conti e le fughe di coloro che, non più al potere, temono le rappresaglie degli avversari.
Molti sono in esilio e anche certi sostenitori di Ouattara, delusi della sua gestione, hanno lasciato il Paese.
Tra i giovani che parteciparono alla guerra, inoltre, cresce l’insicurezza. Oggi chiedono di avere un impiego o che di essere ricompensati per gli sforzi di guerra. Non trovando ascolto, formano le baby-gang, col fenomeno dei microbes, che terrorizzano il Paese, soprattutto la capitale Abidjan, con attacchi ed aggressioni.

Ci sono anche i militari ed i poliziotti che richiedono i loro premi di guerra, mentre sul piano della successione di Ouattara, c’è una rivalità feroce all’interno della sua stessa fazione. Molte persone hanno paura di un ritorno alla guerra proprio a causa della successione di Alassane Ouattara.

Ibrahim Traore