Vent’anni fa, in particolare il 14 giugno del 2000, le strade di Bologna si sono riempite di carrelli per la spesa. Al loro interno non si trovavano prodotti del supermercato, ma persone che “indossavano” un codice a barre.
Era solo una delle iniziative messe in campo dal nascente movimento No Global per protestare contro il vertice Ocse in città, con cui il ceto imprenditoriale discuteva delle occasioni per fare profitto nell’era della globalizzazione.

Il ventennale di quelle giornate di contestazione, che porteranno poi alla nascita del Bologna Social Forum e alle giornate di Genova del luglio 2001, sarà ricordato da Vag61, in particolare dal Centro di documentazione dei movimenti “Lorusso – Giuliani”, venerdì 12 giugno, alle 19.00, in una diretta Facebook.
“Si tratta di un percorso che non si fermerà il 12 giugno – spiega ai nostri microfoni Valerio Monteventi, tra i protagonisti di quella stagione – ma organizzeremo altre iniziative, possibilmente anche con altre modalità, fino al luglio 2021″, quando cadrà il ventennale del G8 nel capoluogo ligure.

Contro-carta di Bologna: il movimento No Global si affaccia in Italia

Dopo una prima ricostruzione delle giornate bolognesi No Ocse con Marco Trotta, insieme a Monteventi abbiamo approfondito ulteriori aspetti.
Le giornate dal 12 al 15 giugno 2000 furono anticipate da alcune iniziative preparatorie. Da un lato la manifestazione contro Forza Nuova del 13 maggio 2000, quando diecimila persone scesero in piazza a Bologna per cacciare i neofascisti, dall’altro la “Settimana delle alternative“, lanciata da Le Monde Diplomatique con la collaborazione di diverse realtà bolognesi, che portò sotto le Due Torri i temi esplosi nel novembre del 1999 a Seattle.

“Il movimento globale che nacque – osserva Montenventi – faceva una critica radicale della globalizzazione neoliberista ribaltando la prospettiva e rivendicando la globalizzazione dei diritti“.
È in questo contesto, dunque, che nasce l’idea del “reddito di cittadinanza”, misura necessaria per tutelare le persone che già cominciavano ad essere esposte ai processi di precarizzazione del lavoro, dei contratti a termine, dei lavori “atipici” e dei part-time.

Un altro filone riguardava la libertà di movimento. La finanza e il ceto imprenditoriale puntavano già alla libera circolazione delle merci e capitali e, contemporaneamente, costruivano la “Fortezza Europa” con il trattato di Schengen e respingevano i migranti. Il movimento No Global, invece, ribaltava nuovamente il discorso chiedendo la libera circolazione delle persone.
I prodromi di questo discorso si ritrovavano proprio nelle giornate No Ocse, quando i carrelli e le persone coi codici a barre affermavano che i loro corpi non erano in vendita.

La “contro-carta di Bologna” naque proprio in opposizione alla Carta di Bologna partorita dal vertice Ocse, “che dava indicazioni su come le piccole e medie aziende si dovevano rapportare alla globalizzazione neoliberista pensando ai propri profitti e non ai diritti dei lavoratori”, sottolinea Monteventi.
Anche lo storico attivista sottolinea la capacità del movimento No Global di aggregare istanze diverse verso un unico obiettivo. Ciò è stato possibile grazie all’arrivo di internet e all’impostazione data a quello che sarebbe diventato il Bologna Social Forum: contavano i contenuti e non i “pacchetti” di militanza.

ASCOLTA L’INTERVISTA A VALERIO MONTEVENTI: