Questo il tema dell’incontro di apertura di Internazionale a Ferrara, che come da tradizione ha offerto una panoramica sulla situazione dell’Italia vista da corrispondenti stranieri.

Sul palco, insieme a Enrico Mentana, il tedesco Michael Braun (Die Tageszeitung), il greco Dimitri Deliolanes (Ert tv) e lo statunitense Stephan Faris (Time). Punto di partenza della discussione: l’anomalia italiana, ovvero un paese che sarebbe corretto definire ingessato e cristallizzato nel mantenimento dei privilegi acquisiti, più che addormentato. Mentana, per rendere l’idea, ha usato una metafora molto convincente: il problema principale è che si è sempre pensato “alle poltrone già occupate e non a preparare almeno delle sedie per chi ha ancora bisogno e diritto di sedersi”. Ma anche chi deve rivendicare questo diritto, secondo il direttore del Tg de La7, ha le sue responsabilità: “non riesco a capire perché, a differenza dei giovani che negli anni ’60 hanno capito che era il momento di prendere in mano il proprio destino, non ci sia ancora una protesta organizzata dei giovani sotto i 30 anni, che davanti a loro vedono solo il buio”.

Risultato di tutta questa situazione: ci si avvita in una spirale perversa autoreferenziale che immobilizza sempre di più il paese, dimostrazione ne sia il fatto che ancora oggi il nostro problema principale sembra essere il referendum pro o contro Berlusconi. E dall’altra parte? Dall’altra parte sembrano ormai convinti che l’unica speranza sia Matteo Renzi, ma “la speranza per che cosa?” si è chiesto Braun, ammettendo però che la difficoltà della sinistra non è una realtà solo italiana, ma europea, come hanno appena dimostrato anche le elezioni proprio nella sua Germania. Il problema, secondo Braun, è che i partiti di sinistra “non riescono più a raccogliere lo scontento” delle classi che dovrebbero rappresentare, per questo, nonostante nutra poca simpatia per Grillo, “il Movimento 5 stelle è da prendere sul serio”: perché in un qualche modo da voce a quello scontento.

A proposito di Europa, Mentana ha chiesto a Deliolanes se “ha senso immolare un paese intero sull’altare dell’Europa”. La risposta ovviamente è no, ma il punto è che in realtà a chiedere i sacrifici al suo paese, e anche al nostro, non è tanto l’Europa quanto i poteri finanziari che ne decidono le politiche e che ancora la costringono sulla strada della austerità. Per lui è fondamentale perciò “creare un fronte comune per contrastare queste politiche”, infatti ormai “abbiamo la certezza che l’austerità non ci porta da nessuna parte, ma crea solamente enormi danni sociali”.

A Stephan Faris del Time è toccata invece la domanda sulla classe dirigente economica italiana. La sua risposta è stata eloquente quanto desolante: “Quando non c’è dinamismo le cose non cambiano. È difficile trovare punti di luce parlando della classe dirigente italiana”. Sintetica e brutale. Come se non bastasse, Braun ha rincarato la dose affermando che in Italia “le èlites economiche ma non solo ricordano più un paese feudale che una democrazia moderna”. E se per il giornalista tedesco è inevitabile un cortocircuito quando si è davanti “al controsenso di una politica personalizzata ai massimi livelli, ma con dei margini di manovra minimi”, Faris si augura che nel nostro pese compaiano finalmente un Roosvelt e una Tatcher, in modo da tornare ad avere una dialettica vera, fra identità forti. Forse allora la bella addormentata si sveglierà dal suo torpore e torneremo ad essere in grado di decidere con consapevolezza del nostro futuro.

Federica Pezzoli