La fotografia che ci viene restituita dal voto referendario e da mille rapporti è quella di un’Italia precaria che soffre e si dimena, ma che non sembra capace di riconoscersi e prendere coscienza di sè. Secondo la ricercatrice Marta Fana il cambiamento parte proprio da qui. E la prossima occasione potrebbe essere quella del referendum sul lavoro che spaventa il ministro Poletti.

Ormai è quasi impossibile stare dietro alle notizie, ai rapporti e alle analisi che parlano di un’Italia che fatica e che soffre. Dai dati sull’esplosione dei voucher che ci raccontano di un lavoro qualitativamente orrendo alle notizie che arrivano da settori come logistica e commercio, veri e propri laboratori di sfruttamento, fino alle statistiche sulla povertà, l’ultima delle quali – il dossier OpenPolis/Action Aid – ci racconta come in dieci anni il numero dei poveri in Italia è più che raddoppiato (+141%), arrivando a toccare i 4,6 milioni di persone (7,6% della popolazione).

Anche l’analisi del voto al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, in realtà, ci dà informazioni che vanno nella stessa direzione. Il “No” politico al governo Renzi è arrivato soprattutto da giovani e disoccupati. In particolare, l’81% dei giovani under 35 e il 67% delle persone comprese nella fascia anagrafica 35-54 hanno probabilmente colto l’occasione del voto per manifestare il proprio malessere e tentare un’estemporanea e disperata forma di ribellione.
“Sono gli operai della logistica che hanno giornate molto lunghe e regimi salariali molto bassi – osserva la ricercatrice Marta Fana – Sono il popolo di oltre 110 milioni di voucher, sono le persone di mezza età che, proprio sotto il governo Renzi, hanno perso di più in stock di occupati”.

Nel frattempo, a governo non ancora formalmente insediato, il confermato ministro del Lavoro Giuliano Poletti tradisce una certa paura di una nuova pronuncia dello stesso popolo, dichiarando che bisognerebbe andare al voto prima dei referendum sul Jobs Act promossi dalla Cgil. Dichiarazioni che hanno sollevato polemiche e che rendono evidente anche la volontà del Pd di far saltare una potenziale nuova batosta referendaria.
“Bisognerà vedere anche come si comporta la stessa Cgil – osserva Fana – che è sembrata il nemico pubblico numero uno del precedente governo. Sappiamo che c’è un dibattito interno al sindacato”.

Il punto però è che, oltre ad una sostanziale assenza di rappresentanza politica della “classe lavoratrice” manifestatasi al referendum, non sembra esserci, almeno per il momento, un riconoscimento di sè che da privato diventi collettivo. “Il fattorino di Foodora – spiega la ricercatrice – dovrebbe capire di vivere lo stesso sfruttamento dell’operaio della logistica, anche se fanno lavori diversi. La stessa cosa dovrebbe avvenire per chi ha subito un taglio di welfare, dagli sfrattati e senza casa ai giovani insultati per essere ancora a casa coi genitori”.

Secondo Fana, i margini per riunificare una coscienza di sè e delle proprie condizioni all’interno di una collettività esistono ancora. “Siamo ancora indietro perché negli ultimi 30 anni il neoliberismo ha promossa una individualizzazione dei rapporti, facendo passare la retorica de ‘io imprenditore di me stesso'”.
Allo stesso modo, però, occorre capire anche le differenze all’interno delle stesse forme contrattuali. “Le partite iva non sono tutte uguali – osserva Fana – Quindi da un lato occorre unificare e dall’altro capire quali sono le diversità”.

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