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Il Jobs Act ha mantenuto lo strumento dei voucher, una forma di retribuzione precaria che spesso viene usata irregolarmente, al posto di contratti stagionali. La denuncia della Cgil: l’anno scorso utilizzati in Emilia Romagna 15milioni di voucher sui 69milioni a livello nazionale. Mattioli: “È elusione contributiva ed evasione contrattuale”.

Dopo la denuncia dei “furbetti” che licenziavano e riassumevano gli stessi lavoratori per beneficiare del contributo di 8mila euro del governo, emerge un’altra stortura legata al Jobs Act.
La riforma, infatti, ha confermato lo strumento dei voucher, ticket che all’impresa costano 10 euro, di cui 7.50 vanno al lavoratore, utilizzati in modo improprio per la retribuzione del dipendente.
A lanciare l’allarme è la Cgil dell’Emilia Romagna, che sottolinea come in regione l’anno scorso siano stati utilizzati 15milioni di voucher, contro i 69 a livello nazionale.

Secondo la legge, il pagamento dei lavoratori attraverso voucher dovrebbe essere limitato a mansioni accessorie, prestazioni occasionali che non rappresentino una forma di lavoro continuativa. La scarsa efficacia dei controlli e il ricatto subìto dai lavoratori pur di lavorare, però, fa sì che sempre più imprese utilizzino lo strumento in modo improprio, ad esempio per retribuire il lavoro stagionale, per il quale sussistono specifiche forme contrattuali.
“Il voucher è ormai una forma legalizzata di evasione contributiva ed elusione contrattuale”, denuncia ai nostri microfoni Antonio Mattioli della Cgil.

Questo ticket sottrae diritti ai lavoratori, che non beneficiano di ferie, malattia, mensilità aggiuntive o contributi, incentivando il lavoro irregolare, il lavoro grigio, o addirittura foraggiando la malavita nello sfruttamento della manodopera.
Una forma di precarietà che viene dunque confermata dal Jobs Act, già sotto accusa per le storture che ha provocato, anche nel conteggio della reale nuova occupazione creata.

Per il sindacalista gli strumenti di contrasto ai voucher e, più in generale alla riforma del lavoro, sono quattro: una campagna contrattuale per non fare applicare il Jobs Act nei cambi di appalto, attraverso le clausole sociali, azioni di denuncia agli enti preposti (Inps, Inail, Ispettorato del Lavoro o, in caso di truffa, Guardia di Finanza), il Patto per il Lavoro con la Regione per introdurre norme che creino un “cordone sanitario” contro la penetrazione dell’illegalità nel mondo del lavoro e, infine, la mobilitazione dei lavoratori. “È insopportabile – conclude Mattioli – che oggi anche chi lavora possa essere povero”.