Nel Paese della polemica quotidiana da social, non sembra aver fatto molto clamore la vicenda di Italpizza, dove 120 persone finiranno a processo in quello che appare come il più grande procedimento giudiziario della storia italiana che vede come imputati lavoratrici e lavoratori.
Il sindacato Si Cobas e Modena Volta Pagina hanno parlato di un “capovolgimento della realtà”. “I criminali non sono i padroni che rifiutano di applicare i contratti nazionali, che negano ogni diritto sindacale, che puniscono le operaie mandandole a spalare la neve sui tetti ghiacciati – si legge in un comunicato di Si Cobas di qualche giorno fa – Per la Procura i criminali sono le stesse operaie che reclamano i propri diritti”.

Italpizza, a processo chi reclama diritti

Sono pesanti i capi di accusa nei confronti delle persone a cui è stato notificato l’avviso di fine indagini. Dalla manifestazione non autorizzata alla resistenza, dalle lesioni alle minacce, dall’invasione di edificio alla violenza privata. Imputazioni che, lette fuori dal contesto, sembrerebbero raccontare le scorribande di un gruppo eversivo.
Andando un po’ a ricostruire gli eventi, però, emerge un quadro se non altro più articolato rispetto a quello disegnato dalla pubblica accusa.

La vicenda inizia nel dicembre 2018, quando l’Ispettorato del Lavoro rileva violazioni e irregolarità contributive da parte delle cooperative “Evologica Soc. Coop.” e “Logica Mente Soc. Coop.” che gestiscono appalti nello stabilimento modenese di Italpizza. Le seicento lavoratrici occupate nello stabilimento lavorano tutte in appalto per le due cooperative.
La grande azienda di pizze surgelate, infatti, non ha addetti propri alla produzione, ma mantiene solo la parte amministrativa, senza delocalizzazioni vere e proprie.

Tra le pratiche messe in atto dalle cooperative c’è l’estromissione della forza lavoro sindacalizzata, il mancato rispetto dei contratti collettivi, continue variazioni sull’orario di lavoro, turnazioni di cinque giorni lavorativi e un solo giorno di riposo e, più in generale, una “flessibilità estrema” a cui le operaie sono sottoposte.
“Molte operaie – racconta ai nostri microfoni l’avvocata Marina Prosperi, legale dei Si Cobas – avevano contratti a chiamata e dormivano in macchina perché, alla fine di un turno di otto ore, i responsabili del servizio le richiamavano a distanza di poco per ricominciare a lavorare”.

Quando, attraverso il sindacato, vengono portate alla luce le irregolarità, l’azienda tenta di trasferire in un altro stabilimento alcune operaie. Una prima lotta del sindacato, però, ferma l’operazione.
Successivamente, al reintegro delle lavoratrici, l’azienda affida loro mansioni diverse, spesso degradanti, come pulire il guano sui tetti di un magazzino o spalare la neve nel piazzale antistante.
Anche in questo caso sono lotte, scioperi e picchetti a “convincere” a ripristinare la regolarità. Per operaie che quotidianamente farciscono pizze, inoltre, l’inquadramento contrattuale è quello del multiservizi, riservato alle pulizie. Ci sono voluti altri mesi per arrivare ad un accordo che prevedesse l’inquadramento per alimentaristi.

Lo sgombero sistematico dei picchetti

Di fronte a quelle che a tutti gli effetti possono essere considerate vessazioni, lavoratrici e lavoratori hanno cominciato a scioperare, dando vita a proteste e picchetti. La mobilitazione dura una decina di mesi, ma il periodo caldo è quello che va da dicembre 2018 a giugno 2019. È in quel lasso di tempo che lavoratrici e lavoratori tentano di bloccare i cancelli, per impedire alle merci di uscire, e che, per contro, ricevono cariche, sgomberi e lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine, che portano anche al blocco dell’antistante via Emilia.

È durante questi momenti di tensione, che sfociano anche in scontri con gli agenti, che per l’accusa lavoratrici e solidali avrebbero commesso i reati di cui sono accusati.
Lo stesso trattamento energico, però, non viene tenuto nei confronti delle irregolarità e illegittimità padronali, che sono state sanate solo grazie ad iniziative sindacali e alla protesta delle lavoratrici e dei lavoratori.
“Siamo in attesa di sapere il giorno dell’udienza del processo – osserva Prosperi – per il quale chiederemo l’accorpamento con tutti gli altri procedimenti giudiziari che hanno investito iscritti e referenti dei Si Cobas, così finalmente si celebrerà il maxi-processo sul sindacato”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARINA PROSPERI: