Prima è arrivata Napoli e, con un riflesso pavloviano un po’ razzista e coloniale, la stampa mainstream è scattata per dire che le proteste erano organizzate dalla camorra e dai fascisti. Poi sono seguite altre città, come Milano e Torino, ma anche Trieste, Pescara, Terni e Cosenza. Nonostante scene molto simili, con scontri e feriti, la narrazione però sembra essere un po’ cambiata e diversi si sono accorti che non è facile catalogare quanto sta succedendo con gli schemi classici.

Alla base delle proteste contro il dpcm dello scorso 24 ottobre e, più in generale, contro le conseguenze sociali ed economiche che i provvedimenti restrittivi di Governo e Regioni rischiano di produrre in ampie fette della popolazione, sembra esserci una rabbia piuttosto spontanea e disorganizzata, ma anche un’organizzazione composita, che talora cerca di essere cavalcata dall’estrema destra, ma che non è facilmente sintetizzabile.

Rivolte: chi c’era nelle piazze

I resoconti più accurati di giornalisti, fotografi e operatori video presenti, ad esempio a quella di Torino, parlano di una platea molto variegata a comporre la presenza nella manifestazione di protesta.
Senza dubbio in molte città sono scesi in piazza i commercianti, che si lamentano per le restrizioni prese, sottolineano gli investimenti fatti per adeguare i propri locali ai protocolli di sicurezza ed affermano che i ristori promessi dal governo non saranno sufficienti.

Vi erano poi cittadini comuni, alcuni preoccupati dalle conseguenze che la sospensione improvvisa del proprio lavoro potrà produrre.
Nelle piazze, come è stato detto, c’erano anche ultras delle varie curve d’Italia, così come esponenti dell’estrema destra, ma anche dei centri sociali di sinistra.
A Torino, in particolare, erano presenti anche molti ragazzini, adolescenti delle periferie e seconde generazioni, che hanno preso parte alle manifestazioni.

Le ragioni e il problema di sistema

“Le misure del governo nazionale e di quelli regionali sono discriminatorie – afferma ai nostri microfoni Giorgio Cremaschi, ex sindacalista e referente di Potere al Popolo – Perché si chiude un ristorante e non si chiude un grande centro commerciale? Perché le fabbriche continuano? Perché i trasporti continuano senza alcun intervento? Queste cose fanno sì che chi viene colpito da queste misure le avverta direttamente come un’ingiustizia”.
Cremaschi cita l’esempio delle grandi città, dove questo sistema non ha dato lavori veri ed ha alimentato tantissime attività informali che per molti hanno rappresentato uno sbocco economico, oggi invece colpito.

Per l’ex sindacalista occorre però distinguere le proteste sociali legittime e giustificate dai tentativi dell’estrema destra di cavalcarle, dopo aver dato vita a proteste ridicole contro la “dittatura sanitaria”.
Al tempo stesso, occorre prestare attenzione ai risarcimenti promessi dal governo e a come verranno finanziati. “Per dare soldi ai ristoratori c’è il rischio che vengano sottratti alla cassa integrazione – teme Cremaschi – È bene che non venga alimentata una guerra fra poveri“.

Il nodo di fondo, però, riguarda l’impostazione di questo sistema e l’assenza di politiche redistributive tese a correggere le disuguaglianze prodotte.
“Alla base di tutto c’è il fallimento del sistema del capitalismo liberale“, sostiene Cremaschi, esortando alla comprensione delle proteste di chi, dalla sera alla mattina, vede chiudere la propria attività e sostenendo che proteste e manifestazioni ancora più grandi ed incisive debbano essere organizzate e promosse dalla sinistra e dai movimenti. L’obiettivo deve essere sempre la pretesa di cambiare un sistema economico e sociale che ha mostrato tutto il suo fallimento.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIORGIO CREMASCHI: