Da un lato le proteste dei mesi scorsi, partite dagli studenti contro la discriminazione verso i musulmani operata dalla nuova legge sulla cittadinanza, dall’altro lo sciopero generale della settimana scorsa, che ha portato in piazza duecentocinquanta milioni di persone per chiedere un salario minimo e misure contro la disoccupazione. Negli ultimi mesi in India c’è fermento sociale e l’opposizione al primo ministro Narendra Modi sta cominciando a riorganizzarsi, anche se è ancora grande l’appeal che il leader nazionalista esercita sulla popolazione.
A fare un quadro della situazione ai nostri microfoni è il giornalista Matteo Miavaldi, che ci offre uno squarcio sulle condizioni sociali ed economiche del subcontinente indiano, dove la disoccupazione e la crescita del pil hanno quasi la stessa cifra, intorno all’8%.

India: le proteste contro la legge sulla cittadinanza

All’inizio di dicembre scorso il Parlamento indiano ha approvato una nuova legge sulla cittadinanza per l’accoglienza delle minoranze etnico-religiose che ha scatenato le proteste di piazza, prima degli studenti, cui poi si sono aggiunti anche altri cittadini.
“La legge modifica i criteri con i quali si può dare la cittadinanza ai migranti irregolari già presenti su territorio indiano – spiega Miavaldi – La legge è stata scritta in modo furbo poiché sostiene che i migranti irregolari che provengono da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh e appartengono a minoranze religiose di quei Paesi, cioè tutti i non musulmani, avranno delle facilitazioni per ottenere la cittadinanza”.

A detta del Bjp, il partito del premier Modi, i musulmani non avrebbero bisogno di protezione in quanto costituiscono la maggioranza nei paesi di provenienza, ma la misura esclude di fatto dalla protezione le minoranze esterne Hazaras, Baluchis e Ahmadiyyas, vittime di violente persecuzioni e mette a repentaglio la cittadinanza della minoranza più ampia del paese, pari al 14%.
“Chi protesta contesta questa discriminazione – continua il giornalista – e teme che questa legge possa essere un escamotage per far passare un’altra legge, che dovrebbe costringere tutti i cittadini indiani a provare di avere diritto alla cittadinanza, pena la deportazione”.

Lo sciopero generale

Le grane per il premier indiano, però, non riguardano soltanto i provvedimenti del suo governo sui temi etnico-religiosi, ma anche le condizioni sociali e lavorative del Paese. Mercoledì scorso, infatti, dieci sigle sindacali sono riuscite a portare in piazza 250 milioni di indiani.
Le rivendicazioni sono state essenzialmente due: da un lato un salario minimo dignitoso e previdenza per tutti, dall’altro misure concrete per contrastare la disoccupazione. Due elementi che contrastano con la narrazione del presidente indiano, che è arrivato al potere nel 2014 proprio promettendo di far ripartire la locomotiva indiana.

“L’Indian Dream è durato per quattro anni, quelli del primo mandato di Modi, ma in questo secondo mandato tutti i nodi vengono al pettine – sottolinea Miavaldi – L’economia non sta andando così bene, ad ottobre è stato toccato il record storico di disoccupazione per l’India e lo sciopero generale ha evidenziato una cosa che è sempre più chiara: c’è una società civile che non è d’accordo con le politiche sociali e si sta rendendo conto che il sogno venduto da Modi assimiglia ad aria fritta”.
Il prossimo primo febbraio dovrebbe essere presentata la manovra finanziaria indiana, che al suo interno conterrà misure che prevedono la privatizzazione e la svendita di compagnie simbolo come Air India e Bharat Petroleum.

Il sovranismo liberista di Modi piace ancora

“Le politiche liberiste in India sono state fatte più o meno da tutti – sottolinea il giornalista – Però dall’altro lato Modi esercita un appeal per quanto riguarda le politiche ideologiche della destra hindu, cioè il sogno per il quale l’India dovrebbe tornare ad un passato glorioso, che in realtà non è mai esistito, e dovrebbe diventare uno Stato solo per hindu, cioè tutte le minoranze, sia religiose che etniche, nell’idea di Modi e del partito che guida non dovrebbero aver posto”.

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