Ha dovuto spostarsi per allattare il figlio di 5 mesi perché era vietato introdurre cibi e bevande nei locali della mostra. È successo a Chiara Cretella, assegnista di ricerca impegnata sul fronte dei diritti delle donne. Il Comune, in una nota, nega. Nel frattempo prosegue la petizione online per chiedere una legge specifica che tuteli l’allattamento nei luoghi pubblici: già raccolte 26 mila sottoscrizioni.

Chiara Cretella, assegnista di ricerca e già collaboratrice della Casa delle Donne, si trovava a Palazzo d’Accursio per un convegno, ironia della sorte, contro la violenza di genere. La sala non era riscaldata, perciò per allattare il figlio di cinque mesi si è spostata nella sala vicina, dove è allestita la mostra di Wolfango. “Il custode cui ho chiesto se potevo allattare mi ha risposto che non era possibile perché era vietato introdurre cibo e bevande – racconta ai nostri microfoni – Il mio compagno si è molto stizzito per quanto accaduto e ha scritto un post su Facebook, così siamo stati raggiunti dalla consigliera comunale Raffaella Santi Casali, che si trovava al piano di sotto”. La consigliera, racconta sempre Cretella, ha detto di già presentato un ordine del giorno in Consiglio comunale per aumentare quelli che vengono chiamati i baby pit-stop, e che le era stato risposto che a Palazzo d’Accursio dovrebbe esserci un luogo, ma si trova nella toilette delle donne. Un luogo assolutamente non consono.

La disavventura capitata alla donna riapre il tema delle difficoltà che spesso le giovani mamme si trovano a subire. Discriminazioni che, come sottolinea Cretella, non si limitano all’allattamento. “Basti pensare ai fasciatoi. Credo che a Bologna l’unico luogo in cui è possibile trovare un fasciatoio anche nel bagno degli uomini sia l’Ikea, proprio perché si confà al modello svedese – osserva – Si parla tanto di parità e condivisione dei luoghi di cura, ma poi si costringe unicamente le donne ad assolvere queste funzioni di cura. È inutile fare le campagne di comunicazione sul Fertility Day quando in assenza di welfare le donne sono costrette a portare i figli al lavoro e addirittura discriminate se vogliono fare l’allattamento a richiesta”.

Secondo la giovane madre, impegnata da tempo per i diritti delle donne, all’origine di molti dei problemi elencati c’è un problema di natura culturale, di cui il suo caso è stato in qualche modo sintomatico. “La maternità – sottolinea infatti Cretella – viene trasmessa come se fosse staccata dal nostro corpo. Si pensi al tema dell’introduzione di cibo e bevande. Semmai è un biberon che potrebbe sporcare qualcosa, non certo la mia tetta. C’è stato un rovesciamento simbolico della centralità non solo della maternità, ma anche del ruolo della donna”.

Intanto, continua la petizione lanciata su change.org da Raffaella Sottile , che a maggio aveva subito una situazione simile. La donna infatti era stata cacciata da un bar di Arma di Taggia (Imperia) mentre allattava il figlio, perché considerata “indecorosa agli occhi degli altri clienti“. Ad oggi la petizione, che chiede al governo una legge che regolamenti l’allattamento al seno nei luoghi pubblici, ha già raccolto 26mila firme.

Sulla vicenda bolognese, intanto, è intervenuta anche l’Amministrazione comunale, che in una nota avanza precisazioni che, di fatto, negano l’accaduto.
“Per garantire la sorveglianza delle opere ci si è avvalsi di personale dipendente di una ditta esterna all’Amministrazione cui non è stata assolutamente data indicazione di non consentire l’allattamento al seno da parte di visitatrici con bambini – si legge nel comunicato – Allo stesso modo, come avviene in tutte le mostre, il personale ha indicazione di non far entrare cibi e bevande. Ma non è stato questo il caso perché, secondo quanto riferito nel rapporto chiesto dal Comune all’azienda e a differenza di quanto letto sugli organi di stampa, l’operatore non ha allontanato la signora con la motivazione di non introdurre cibi e bevande ma perché non aveva ritenuto opportuno che la signora si sedesse sulla sedia accanto alla postazione di cassa. La signora ha comunque potuto allattare il suo bambino, come racconta lei stessa, negli spazi delle Collezioni Comunali”.

Anna Uras