La pandemia di Covid-19 ha assunto dimensioni drammatiche in diversi contesti del mondo, tra cui l’Italia, la Spagna e gli Stati Uniti, ma in Africa e in Medio Oriente può avere effetti ancora peggiori, sia per la fragilità dei sistemi sanitari, sia perché offre strumenti ulteriori ai regimi per esacerbare la repressione. A fare una fotografia ai nostri microfoni su cosa succede in quei contesti è Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore all’Università di Padova.

Africa e Medio Oriente: gli appelli degli organismi internazionali

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) nei giorni scorsi ha affermato che l’Africa deve svegliarsi, perché i propri sistemi sanitari sono fragili e una diffusione della pandemia anche nel continente africano può provocare autentiche catastrofi. Dalla loro, i Paesi africani hanno temperature atmosferiche più alte che possono rallentare la diffusione del virus e una popolazione più giovane, quindi da statistiche meno colpita dalla patologia, ma anche nel suo vasto territorio sono presenti scenari bellici che non aiutano certo. Per questo motivo l’Onu, nei giorni scorsi, ha chiesto un cessate il fuoco globale.

Sempre in Africa ha suscitato molte polemiche l’idea dal sapore coloniale di alcuni medici francesi, che hanno proposto di sperimentare i vaccini anti-Covid proprio sulle popolazioni africane.

“In alcuni Paesi dell’Africa e del Medio Oriente le misure contro la diffusione del virus rischiano di esacerbare la repressione”, osserva Acconcia che, raccontando ciò che accade in ciascun Paese, sottolinea uno degli aspetti più critici: il destino delle persone detenute, molte delle quali sono prigionieri politici.

Egitto: dissenso zittito e sorti incerte per i detenuti

I dati diffusi dalle autorità circa la diffusione della pandemia in Egitto parlano di 85 morti e 1300 contagiati, ma da più parti si sostiene che i numeri siano più alti e che ci siano persone infette tra i militari e tra gli stranieri e, dall’altro lato, si sostiene che il regime di Al Sisi usi le misure anti-contagio per la repressione del dissenso politico.

Inizialmente il regime aveva imposto un coprifuoco, ma la popolazione locale lo ha rispettato poco. Ciò che è successo, invece, è che alcuni giornalisti che avevano espresso critiche contro il governo sono state dichiarate persone non gradita ed espulse dal Paese, come è successo alla corrispondente del Guardian, Ruth Michaelson.

Alcuni attivisti hanno chiesto il rilascio dei detenuti proprio perché il rischio è che le carceri egiziane si trasformino in bombe batteriologiche. Per contro gli attivisti che protestavano sono stati arrestati e poi rilasciati.

Ancora incerto è il destino di Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna detenuto in Egitto. Le autorità continuano a rinviare di 15 giorni in 15 giorni l’udienza preliminare e la famiglia ha chiesto che venga rilasciato, in particolare perché soffre d’asma, una patologia respiratoria che, abbinata al Covid-19, può risultare anche letale.

Algeria: lo stop alle proteste

Un altro Paese dell’Africa settentrionale molto colpito dalla pandemia è l’Algeria. Sono 173 i morti registrati fino a questo momento.
Le misure adottate dalle autorità hanno fermato le proteste che duravano da molte settimane dopo l’uscita di scena del presidente Abdelaziz Bouteflika. Anche in questo caso gli attivisti denunciano l’uso politico del coronavirus e uno dei leader della protesta che doveva essere rilasciato, rimane in prigione.

La situazione nell’Africa Nera

Avvicinandosi all’equatore, la situazione della pandemia varia da Paese a Paese. In Etiopia si registrano i primi morti. Nel Paese, così come in Congo, gli stranieri sono stati sottoposti a quarantena. Il timore è che i sistemi sanitari di quegli Stati, che sono molto fragili, non riescano a reggere un’epidemia.

In Uganda è stato imposto il coprifuoco. In Senegal e Tanzania sono stati fermati gli eventi sportivi. In Ruanda il rischio della diffusione del virus ha fermato le commemorazioni del genocidio e i politici hanno manifestato la volontà di rinunciare ai propri stipendi per mettere a disposizione ulteriori risorse per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

In Libia Haftar approfitta della situazione

Il coronavirus non ha fermato né le partenze dei migranti, né la guerra civile. Sono 68 i migranti salvati due giorni fa dalla Alan Kurdi. I naufraghi hanno dovuto fronteggiare anche gli spari della cosiddetta Guardia costiera libica. Ad essere colpiti, nel Paese, sono anche gli ospedali di Tripoli, in particolare a causa dell’offensiva dell’esercito di Khalifa Haftar, che cerca di sfruttare il contesto per raggiungere il suo obiettivo: la conquista di Tripoli.

Iran: il più martoriato dei Paesi mediorientali

L’Iran figura come il settimo Paese al mondo più colpito dal Covid-19 ed è sicuramente quello più martoriato dalla pandemia in Medio Oriente. Il bilancio attuale parla di 3800 morti e di 62mila contagiati, ma si teme che i numeri possano essere più alti.
“L’Iran ha un doppio problema – spiega Acconcia – Da un lato i confini chiusi, con conseguenti difficoltà all’approvvigionamento di materiale sanitario, dall’altro le sanzioni degli Stati Uniti, che sono state ulteriormente estese nelle settimane scorse, in un contesto che è già di grande crisi”.

La Repubblica islamica ha chiesto 5 miliardi di dollari di aiuti al Fondo Monetario Internazionale, ma ciò non ha messo al riparo le autorità dalle critiche della stampa riformista, che contesta la sottovalutazione dei rischi sanitari. Secondo una ricerca dell’Università di Teheran, in realtà i contagiati potrebbero essere 3,5 milioni. Anche qui, uno dei problemi maggiori è rappresentato dalle carceri e per questo migliaia di detenuti politici sono stati rilasciati temporaneamente.
A rendere ancora più complessa la situazione è il fatto che il ramadan è alle porte e sarà veramente dura per la popolazione osservare i precetti religiosi in questo contesto.

“L’Iran guarda verso la Cina per una possibile via d’uscita – osserva Acconcia – Dal momento che sono ingenti i finanziamenti per la ‘Via della Seta”. La speranza è che possano essere incrementati i rapporti bilaterali e possa essere proprio la potenza cinese ad aiutare il Paese.

Turchia: il dramma nelle carceri

Attualmente in Turchia il Covid-19 ha fatto 649 vittime e contagiato 30mila persone. La preoccupazione maggiore è per i 30mila detenuti politici, finiti in carcere con la repressione di Erdogan dopo il fallito colpo di Stato del 2016. Per loro è stata chiesta l’amnistia, ma il timore è che, anche qualora arrivasse, la misura possa non riguardare chi è recluso per motivi politici.
Alcuni detenuti sono in sciopero della fame e minacciano di portarlo avanti fino alla morte. Nel frattempo nelle galere turche continuano le torture.

ASCOLTA L’INTERVENTO DI GIUSEPPE ACCONCIA: