Dal disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, fino all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono questi alcuni dei reati che hanno prodotto la sentenza arrivata ieri sull’Ilva di Taranto, che ha portato complessivamente a 299 anni di carcere. Gli ex patron della fabbrica, Fabio e Nicola Riva, sono stati rispettivamente condannati a 22 e 20 anni di reclusione, ma a tre anni e mezzo è stato condannato anche l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola.

Il processo, ribatezzato “Ambiente svenduto”, è arrivato alla sentenza di primo grado dopo 9 anni dall’inizio dell’inchiesta e dal sequestro dell’area a caldo. E proprio ieri è stata disposta anche la confisca degli impianti della stessa area a caldo, ma per lo spegnimento dei forni occorrerà aspettare la sentenza definitiva.
«Per noi questa sentenza è un punto di partenza, non un punto di arrivo», commenta ai nostri microfoni Francesco Rizzo dell’Unione Sindacale di Base, una delle realtà che più si è battuta in questi anni per la questione.

Ilva di Taranto, una sentenza alla politica

Per Usb la sentenza di ieri mette a nudo la politica fallimentare dei governi nazionali negli ultimi trent’anni. «La magistratura è intervenuta a tappare i buchi creati dal vuoto costante della politica nazionale. La politica non ha fatto la politica e non ha rispettato la Costituzione», insiste Rizzo.
In particolare, il modello politico che viene bocciato dalla sentenza è quello che antepone il fattore economico alla salute dei cittadini e al rispetto dell’ambiente.
«La cosa che preoccupa – aggiunge il sindacalista – è che malgrado tutto ciò anche il governo attuale continua a parlare di importanza strategica dell’acciaio, facendo promesse che non riusciranno a mantenere».

Il riferimento alle promesse riguarda fantomatici progetti che il governo annuncia, ma che non trovano mai concretezza. Uno dei temi che circola ultimamente è la trasformazione dei forni dell’impianto con forni elettrici. Un intervento che, secondo Usb, richiederebbe comunque 15 anni per arrivare a compimento, mentre ormai un anno fa Arcelor Mittal, che ha in gestione lo stabilimento dopo l’estromissione dei Riva, ha dichiarato tremila esuberi.
«Come si fanno a dichiarare tremila esuberi se ancora non sappiamo qual è il progetto su Taranto?», sottolinea Rizzo.

L’Europa si è mossa in un’altra direzione

La gestione del caso Ilva a Taranto era l’unica possibile? È attorno a questo quesito che ruota la questione politica. I governi che si sono succeduti negli anni hanno spesso detto di voler cambiare la situazione, ma alla prova dei fatti l’approccio che hanno tenuto è sempre stato quello che privilegiava il profitto sulla salute e sull’ambiente. Un modello che non vale solo per Taranto, ma che ritroviamo, ad esempio, anche Piombino e Alitalia.
«Negli ultimi dieci anni su Ilva si sono bruciati più di 5 miliardi di euro – sottolinea il sindacalista – Con quei soldi quante cose avremmo potuto fare su Taranto e quanti posti di lavoro si sarebbero potuti creare?».

L’approccio della politica italiana al tema sollevato dall’Ilva di Taranto, però, diverge sensibilmente da quello adottato da altri Paesi europei, a cui spesso l’Italia retoricamente evoca. «A Duisburg – osserva Rizzo – è stato chiuso l’impianto a caldo ed è stato trasferito perché troppo vicino alla città, in Belgio hanno chiuso le acciaierie e le hanno portate fuori. In quel Paese non ci sono industrie chimiche o siderurgiche nei centri cittadini. Lì si sono attivati, ci sono aziende che hanno cambiato il ciclo produttivo».

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