Si intitola “Bologna continua. Dall’Xm all’Appennino” (Calamaro Edizioni) il libro di Paolo “Spillaman” Ferrandi, uscito nel dicembre scorso. Nato in provincia, più precisamente in Lomellina, l’autore racconta la sua storia a Bologna attraverso il microcosmo dell’Xm24, il centro sociale di via Fioravanti sgomberato nell’agosto del 2019, prima di una “fuga” nel primo Appennino bolognese, dove in questi mesi stanno trovando “asilo” anche moltə di quellə che furono attivistə del centro sociale.

Da Xm24 all’Appennino, la “risacca che spinge fuori”

Arrivato sotto le Due Torri come tanti, alla ricerca del fascino che Bologna ancora esercita, Paolo si è ben presto ritagliato un ruolo per il quale è noto tutt’oggi, quello di “spillettaro“, da cui il soprannome Spillaman. Una passione che non gli porta ad avere molti colleghi a livello nazionale e che gli ha permesso quindi di radicarsi.
Il suo percorso in città, si è poi intrecciato a quello di Xm24. «Era un contenitore di novità e sperimentazione straordinario – osserva ai microfoni di Francesca Candioli – Xm ha combattuto una lotta che ha attraversato tutta la città, che è durata anni e che si è conclusa con uno sgombero».

Spillaman
La copertina del libro

L’autore sottolinea che della battaglia di Xm hanno parlato in tanti in maniera politica, spesso rabbiosa, mentre nessuno, fino all’uscita del libro, ne aveva parlato con più distacco e in maniera poetica. «Forse parlarne in maniera poetica, personale e umana – osserva – ne dà un taglio molto più umano e profondo. Forse anche quelli che fino a ieri osteggiavano l’Xm perché gli stava sui coglioni perché era un posto che faceva casino, con tutto questo viavai di persone strane, leggendo invece il carico di umanità che c’era dentro quel progetto, magari cambia idea».

Lo stesso discorso, in parallelo, vale per l’Appennino, per tuttə coloro che hanno scelto di stare lontanə dalla città, facendo “scelte montane” e “utopistiche”. Di coloro che abbandonano la città con un’idea, un progetto.
La prefazione al libro è affidata a Wolf Bukowski, che parla di “una risacca” che porta fuori, in montagna. «Non sono stato schifato dalla Bologna contemporanea – precisa Ferrandi – ma ero già schifato del tessuto urbano. Una cosa della città a cui faccio ancora fatica ad abituarmi è che quando incontri le persone devi dire tutto subito, in un attimo, perché quel momento lì è già finito». Un ritmo di relazioni un po’ artificiale, che ha contribuito a portare l’autore in Appennino.

«Con la tecnologia di cui disponiamo oggi – continua Spillaman – qualunque tipo di lavoro intellettuale può essere fatto a distanza. Allora perché farlo dentro ad un appartamento al Pilastro? Tu apri la finestra e invece di vedere il palazzo di fronte e sentire l’autobus che ti sferraglia ogni tre minuti, vedi un pezzo di Appennino».
Un concetto che sembrano aver compreso in molti, dal momento che tra il primo e il secondo lockdown della pandemia, si è registrato un vero e proprio boom di ricerca di case nell’Appennino bolognese. «Ho conosciuto persone che sono scappate dalla città – insiste l’autore – per cercare un altro destino prendendo la prima casa disponibile».

ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO “SPILLAMAN” FERRANDI:

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