Sono stati assegnati ieri i Premi Nobel per l’Economia del 2021. Il plurale è d’obbligo perché il premio è andato a tre diversi economisti. In particolare premio è stato assegnato per metà al canadese David Card «per i suoi contributi empirici all’economia del lavoro», mentre per l’altra metà è diviso fra l’americano Joshua D. Angrist del Massachusetts Institute of Technology e all’olandese Guido W. Imbens della Stanford University, per «i contributi metodologici all’analisi delle relazioni causa effetto».
Il massimo riconoscimento agli studiosi, dunque, è andato anche ad uno degli economisti che ha smontato in modo decisivo i dogmi liberisti attorno al salario minimo.

Salario minimo, il Nobel Card ha dimostrato che non provoca disoccupazione

David Card, professore di Economia del lavoro all’università di Berkley, è uno specialista di econometria, una tecnica attraverso cui si è possibile analizzare con molta precisione le relazioni di causa ed effetto tra diversi fenomeni. Nel 1995, attraverso uno di questi metodi, Card studiò per la prima volta l’effetto del salario minimo sugli impatti occupazionali.
«La teoria fino a quel momento stabiliva che aumentare o introdurre il salario minimo creava disoccupazione, andando ad inficiare l’equilibrio standard neoclassico tra domanda, offerta e lavoro, quindi i prezzi tra lavoro e capitale», spiega ai nostri microfoni l’economista Marta Fana.

Al contrario, Card, insieme ad un collega, nel 1993 dimostrarono che l’introduzione del salario minimo non avesse effetto negativo sull’occupazione, evidenza scientifica che capovolse all’interno del mainstream il pensiero sul salario minimo.
Da quel momento, molti altri studi condotti in Europa e negli Usa, riscontreranno gli stessi risultati che smentiranno l’idea che il salario minimo generasse disoccupazione.

Tuttavia in Italia, attorno al salario minimo, sembrano persistere convinzioni e stereotipi smontati dal Premio Nobel.
«Nel nostro Paese il livello del dibattito è basso – osserva Fana – mentre a livello internazionale ormai il salario minimo si afferma dappertutto e gli incrementi del salario minimo vengono adottati per una prospettiva socioeconomica».
Fana spiega che il salario minimo e i suoi aumenti fanno bene perché fa bene alla democrazia avere gente che non muore di fame e che non mette a ferro e fuoco la societa, cosa che ha capito Joe Biden negli Stati Uniti senza essere un socialista.

In Italia, al contrario, rimane questa forte ideologia secondo la quale non si possano muovere i salari rispetto a quanto dice il mercato, dove il mercato sostanzialmente sono le imprese che arrivano a pagare anche 3 o 4 euro lordi l’ora.
Il tema però non è solo lo spiazzamento tra domanda e offerta e quindi la possibilità di disoccupazione, osserva Fana, ma anche la possibile contrapposizione tra salario minimo e contrattazione collettiva nazionale, ovvero l’effetto che il salario minimo potrebbe produrre sulla riduzione del potere dei sindacati di negoziare.
«Anche questo, se andiamo a vedere le evidenze non esiste nei fatti – sottolinea l’economista – perché se il salario minimo viene introdotto livello tale per cui una parte bassa della forza lavoro guadagna in qualche modo potere d’acquisto, ciò fa bene e si riversa anche sulla capacità sindacati di acquisire forza e di contrattare salari più alti».

La cosa più sconcertante del dibattito in Italia secondo Fana è che, da un lato, gli economisti non si muovono da una fede su dati ormai smentiti e, dall’altro, che non esiste alcun dibattito nelle università e nella società su questo tema e più in generale sul tema salariale e su quanto i lavoratori potrebbero innescare un processo migliorativo del sistema economico.

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