Ha sollevato indignazione nei giorni scorsi la richiesta di un prestito di 6,3 miliardi di euro da parte di Fca con la garanzia di Sace, finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti. A fare ancora più arrabbiare è il fatto che, mentre chiede soldi con garanzia pubblica per pagare i fornitori e i rivenditori, Fca potrebbe staccare 5,5 miliardi di euro di dividendi per i propri azionisti, avendo oltretutto in cassa 18,5 miliardi.
Tutto ciò, però, è possibile grazie al Decreto Liquidità, che non contiene paletti per impedirlo.

Liquidità: la situazione di Fca

A chiarire i margini della vicenda è il giornalista Nicola Borzi, che si è occupato del tema in un articolo pubblicato su Valori.it
In particolare, l’ex Fiat (ora Fca) ha in cassa 18,5 miliardi di euro, ma salda fornitori e rivenditori chiedendo 6,3 miliardi a Intesa San Paolo garantiti da Sace, grazie al Decreto Liquidità. Lo stesso decreto, però, non impedirà a Fca Group di versare a Exor – holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia Agnelli – un maxidividendo straordinario da 5,5 miliardi per la fusione con Psa (Peugeot, Citroën, DS, Opel e Vauxhall Motors), grazie alla liquidità consolidata.

“La discussione è scattata – scrive Borzi – perché il Decreto Liquidità n. 23 dell’8 aprile, varato dal governo Conte per consentire alle imprese italiane di mettersi al riparo dal prosciugamento della cassa innescato dalla crisi dovuta alla pandemia da coronavirus, prevede il divieto della distribuzione dei dividendi e dell’acquisto di azione proprie come condizione per accedere alle garanzie”.
E allora com’è possibile che ciò accada? In poche parole è una questione di holding, dal momento che Fca avanza la richiesta in Italia attraverso Fca Italy.

“Nel decreto liquidità – scrive ancora il giornalista – non c’è traccia di condizionalità legata alla sede legale (in Olanda) o fiscale (nel Regno Unito) della holding di Fca Italy o delle capogruppo di altre società italiane che chiedono l’erogazione delle garanzie pubbliche. L’importante secondo la legge è che la società controllata che chiede le garanzie abbia sede in Italia. La linea di credito a Intesa Sanpaolo l’ha chiesta appunto Fca Italia”.

Resta il quesito sul perché Fca preferisca accedere ad un prestito dello Stato rispetto all’utilizzo delle proprie risorse. È ancora Borzi a spiegare la ragione: “se avesse voluto raccoglierla sul mercato del debito, emettendo un bond, non avrebbe potuto ottenere liquidità al costo più basso della garanzia Sace, visto che il rating di Fca è BBB-, sub investment grade, mentre ottenere linee di credito bancario sotto altra forma avrebbe comunque portato a oneri superiori a quelli ridotti dalla garanzia Sace e all’erogazione di costose garanzie”.

Il giornalista, dunque, mette in fila le mancanze del decreto del governo Conte, che non si limitano alla questione delle holding con controllanti all’estero, ma riguardano anche l’assenza di un divieto della distribuzione dei dividendi e dell’acquisto di azioni proprie per le stesse controllanti.
“Il decreto, a mio modo di vedere, è stato scritto apposta così, per consentire alle imprese controllate da gruppi esteri di poter chiedere i fondi mentre le loro controllanti all’estero fanno quello che vogliono, con la cassa anche in eccesso che hanno già”, osserva il giornalista.

I paletti che avrebbero cambiato la partita

In un’intervista pubblicata dal Manifesto, Michele De Palma, segretario nazionale della Fiom con delega sull’automotive, si mostra favorevole all’operazione di Fca, sostenendo che “con il prestito ad Fca il governo potrà cogestirne il futuro“.
In realtà non è così per due motivi: i soldi del prestito non sono pubblici, ma privati garantiti dal pubblico e, soprattutto, nel decreto del governo non c’è alcuna norma che consenta l’ingerenza dello Stato nelle decisioni di Fca, né della holding italiana, né della società capofila.

“Questo meccanismo di erogazione della liquidità garantita dallo Stato – conclude Borzi – non prevede alcun tipo di controllo dello Stato. Lo Stato non potrà decidere nulla sul mantenimento degli stabilimenti produttivi dopo la fusione con Psa. All’iniezione di questa liquidità si poteva mettere come controparte una serie di paletti, chiedendo che fossero fissate in maniera esplicita ed inderogabile delle garanzie per la presenza degli stabilimenti e per l’occupazione in Italia. Di tutto questo nel decreto non c’è traccia”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A NICOLA BORZI: