Sono passati poco più di quattro anni da quando l’IPCC – l’organo scientifico delle Nazioni Unite – pubblicò il famigerato “Rapporto speciale sul Riscaldamento globale di 1.5°C“, una specie di “spin-off” del rapporto AR5 (il quinto) del 2014. Esso evidenziava quanto sia importante contenere l’aumento di temperatura sotto quella soglia per essere in grado di gestire gli effetti dei cambiamenti climatici che non potremo evitare e – in primis – schivare gli effetti più duri e difficili da gestire.

Il documento scosse fortemente tutto il mondo – dalle istituzioni all’opinione pubblica, proiettando la questione ecologista al centro dell’agenda politica – seppur con risultati ambigui o parziali – e arricchendo il senso civico dei più. Il Rapporto 1.5°C è stato fondamentale da un punto di vista sociale, politico ed economico – prima ancora che da una prospettiva scientifica, per quanto sia quella che assume principalmente.

Senza di esso, probabilmente, Greta Thunberg oggi non esisterebbe – come fenomeno mediatico e politico, si intende – e non esisterebbero nemmeno i movimenti di Fridays For Future, Extinction Rebellion e quello più recente di Ultima Generazione (famoso per aver imbrattato di vernice le facciate degli edifici del potere o alcuni dipinti famosi).

Assessment Report 6, il nuovo rapporto IPCC sul clima

Lo scorso 20 marzo, invece, è stato pubblicato il nuovo rapporto ufficiale, l’Assessment Report N°6 (AR6), in una conferenza stampa organizzata a Interlaken, in Svizzera, e aperta dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. «L’umanità è su una sottile lastra di ghiaccio, e quel ghiaccio si sta sciogliendo velocemente» – sono state le sue parole d’esordio – «Questo rapporto è un chiaro invito ad accelerare in modo massiccio gli sforzi per il clima da parte di tutti i Paesi, di tutti i settori e in tutte le scale temporali.»

Il documento rappresenta sicuramente uno dei testi più completi usciti finora in materia di studio, prevenzione e contrasto dei cambiamenti climatici. Raccoglie diversi contributi pubblicati negli anni scorsi e ne offre una versione riassunta ma più organica: una sorta di “sintesi delle sintesi” che – come ad ogni pubblicazione – contiene anche un sommario esplicitamente indirizzato ai decisori politici, il cosiddetto “Summary for policy makers”.

Al suo interno ci sono i risultati dei tre gruppi di lavoro del Sesto Report, già ultimati negli ultimi due anni: Le basi fisico-scientifiche (2021); Impatti, adattamento e vulnerabilità (2022); Mitigazione dei cambiamenti climatici (2022). A questi si aggiungono quelli degli ultimi tre rapporti speciali, pubblicati dopo la quinta sintesi del 2014: Riscaldamento Globale di 1.5°C (2018); Climate change and Land (2019); Oceano e Criosfera in un clima che cambia (2019).

Il messaggio lanciato dagli scienziati è chiaro: nonostante allarmi, manifestazioni e proclami politici, le emissioni di gas serra non hanno mai smesso di aumentare, né hanno mai rallentato complessivamente la velocità di crescita. Il ritmo e la portata di ciò che è stato fatto

finora – e i piani per il futuro – sono insufficienti. Più di un secolo di combustibili fossili bruciati e risorse naturali sovrasfruttate ha portato a un riscaldamento globale che già adesso tocca il grado abbondante di aumento (+1.1°C) rispetto ai livelli pre-industriali: l’obiettivo 1.5°C è ormai difficile da raggiungere, e lo stesso si può dire per la sua versione più “clemente” che vorrebbe un aumento massimo di soli 2 gradi centigradi a fine secolo.

In un contesto del genere, già oggi si verificano eventi meteorologici estremi in modo più frequente e intenso che in passato, causando impatti sempre più dannosi sul mondo naturale e sulle persone in ogni regione del mondo – pur con le dovute differenze geografiche. Il rapporto, infatti, si concentra decisamente sul tema dei danni legati alla crisi climatica, su come questa colpisca in modo particolare gli ecosistemi più vulnerabili e le categorie che – pur avendo minore responsabilità sulle cause della crisi – ne soffrono maggiormente.

Il tema è quello della giustizia climatica, già rivendicato anni fa dai movimenti ecologisti: “Esso è fondamentale perché coloro che hanno contribuito meno al cambiamento climatico sono colpiti in modo sproporzionato” – ha dichiarato in conferenza Aditi Mukherji, uno dei 93 autori del rapporto – “Quasi la metà della popolazione mondiale vive in regioni altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Nell’ultimo decennio, i decessi per inondazioni, siccità e tempeste sono stati 15 volte superiori nelle regioni altamente vulnerabili“.

Le parole di Stefano Caserini: mitigazione, adattamento e possibilità

Ma quindi, in sostanza, questo report cosa aggiunge di nuovo al dibattito? Per capirlo meglio, abbiamo intervistato ai nostri microfoni il professor Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano, divulgatore scientifico e membro fondatore di Italian Climate Network, associazione nata per affrontare la crisi climatica, raccontarla con rigore scientifico e comunicabilità, e per raccogliere tante delle competenze del Paese in materia.

“Questo rapporto di sintesi dice tante cose. In primis, che abbiamo incertezza: anche in uno scenario da +2°C, non possiamo sapere cosa con esattezza cosa potrebbe succedere, la realtà potrà essere più grave delle previsioni attuali. Dice anche che abbiamo diversi motivi per agire” – afferma Caserini – “perché non basta adattarsi alle conseguenze che non potremo evitare. Dovremo soprattutto ridurre le nostre emissioni in maniera drastica, e farlo il più velocemente possibile”.

Rispetto al passato, però, dal punto di vista della ricerca scientifica i giochi son fatti. Questo rapporto parla approfonditamente anche di come si potrebbe agire come società, ma è necessaria una precisazione: “I documenti sono informativi, non prescrittivi. Hanno conseguenze sulla politica, ma non dicono cosa bisogna fare. Semmai, espongono con precisione gli effetti che una policy climatica può avere rispetto a un’altra, ma senza la pretesa di suggerire quali decisioni politiche siano scientificamente più giuste”.

In più, anche volendo, la scienza del clima non ha ancora questa grande influenza sulle classi politiche: “Porta delle verità scomode, perché senza “prescriverla” suggerisce la necessità di una società organizzata in maniera diversa, senza emissioni.” – continua Caserini – “In più, se vogliamo, i cambiamenti climatici sono un tema intergenerazionale, che ci riguarda oggi ma soprattutto ci riguarderà in futuro, mentre la politica è spesso abitata da anziani, con una visione a breve termine e dettata dalle logiche del consenso.”

I limiti d’ influenza di documenti come l’AR6, quindi, persistono. E il documento appena pubblicato offre prospettive tutt’altro che agevoli. Ma l’urgenza di agire è più forte che mai: “Se non proprio ottimisti, bisogna essere possibilisti. Chi grida all’inevitabile catastrofe climatica fa il gioco di chi vuole impedire le politiche, perché inibisce l’azione. E l’inattivismo lascia spazio alll’ostruzionismo.”

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO CASERINI:

Andrea Mancuso