Siamo a quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza coronavirus in Italia ed è trascorso sufficiente tempo per verificare come le autorità italiane si sono mosse nel fronteggiare la pandemia nel nostro Paese. L’analisi che vi propongo non intende entrare nella disputa politica tra i partiti di maggioranza ed opposizione, ma è incentrata sul ruolo che hanno avuto le istituzioni, siano esse centrali, sanitarie e territoriali (quindi anche di diversi colori politici) nella gestione della situazione sicuramente imprevista, ma non del tutto inedita in Europa. In altri termini, occorre valutare come si sono mossi lo Stato, gli Enti Locali e le autorità sanitarie.

Durante la fase acuta dell’epidemia in Italia, forse allo scopo di rassicurare una popolazione allarmata, più di un rappresentate istituzionale ha definito l’approccio alla pandemia tenuto dal nostro Paese come un “modello”, che le stesse organizzazioni sanitarie internazionali avrebbero apprezzato.
Mettendo in fila tutto ciò che abbiamo rilevato in questi due mesi, però, si scopre che non esiste alcun modello Italia, dal momento che, pur in un quadro normativo che presto è diventato nazionale, ci sono stati conflitti istituzionali e divergenze da territorio a territorio, ma soprattutto che l’esperienza italiana non è certamente da seguire per i disastri che ha prodotto in tutti i campi: quello sanitario, quello organizzativo ed economico, quello della protezione sociale, quello della sorveglianza e quello democratico.

Il “modello Italia” in sanità è un “disastro Italia”

Il metro di misura sicuramente più efficace per comprendere se l’esempio italiano sia o meno da seguire è quello sanitario. L’Italia vanta un triste primato: è il secondo Paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, per numero di morti dovuti al coronavirus. Se si considera che però che l’Italia ha un quinto della popolazione statunitense, possiamo affermare che il nostro Paese ha conquistato un triste primato mondiale.
L’età media molto alta della popolazione, di per sé, non è una spiegazione esaustiva, dal momento che Paesi come il Giappone, che hanno un tasso di anzianità superiore a quello italiano, hanno un numero di morti che è appena il 10% del nostro. Né convincono le spiegazioni sui differenti calcoli da Paese a Paese, poiché anche nel nostro vi sono casi non catalogati.

I decessi da Covid-19 nel mondo

Le cose a non aver funzionato dal punto di vista sanitario sono tante. Il problema che è stato più volte sottolineato e che sta a monte di tutto è lo smantellamento della sanità pubblica avvenuto negli ultimi decenni. La retorica della sussidiarietà col privato, utilizzata in questi anni per far accettare i tagli alla sanità, si è sgretolata in un baleno, dal momento che le strutture private non erano in grado né hanno dimostrato particolare voglia di aiutare il pubblico a fronteggiare la situazione.
Nei focolai più caldi, come nel bergamasco, la sanità si è vista costretta a mettere in atto delle politiche piuttosto ciniche. La saturazione degli ospedali e dei reparti di terapia intensiva ha indotto a scegliere quei pazienti che avrebbero potuto superare la malattia, mentre a quelli più fragili ed indeboliti spesso è stato addirittura negato il tentativo di cura, in alcuni casi la stessa ospedalizzazione.

La confusione e l’incapacità, anche amministrativa, nel gestire dal punto di vista sanitario la situazione si è palesata in molti modi, nonostante in teoria fossero presenti piani su come fronteggiare il rischio di una pandemia. L’approccio è stato diverso da territorio a territorio, il Veneto si è comportato diversamente dalla Lombardia, le politiche sanitarie sono state divergenti e contraddittorie. Lo Stato si è arreso prima ancora di aver tentato di effettuare uno screening universale della popolazione e i tamponi sono stati spesso un miraggio e, nel pur esiguo numero, hanno mostrato una situazione catastrofica. Ma lo Stato non ha avuto nemmeno il coraggio di tentare di proteggere il personale sanitario – che infatti si è ammalato a centinaia ed è morto a decine – ad esempio requisendo o convertendo la produzione di alcune aziende al fine di dotarsi dei dispositivi di protezione individuale.

Anche la politica dell’isolamento dei positivi, per come è stata attuata, è risultata problematica e potrebbe aver aggravato, anziché migliorato, la situazione. L’isolamento domiciliare in presenza di altri famigliari e non, ad esempio, in strutture alberghiere predisposte all’occorrenza, ha esposto i conviventi al contagio. Se si considera inoltre che le direttive ai conviventi, tra la manifestazione dei primi sintomi del presunto contagiato e la conferma dopo molti giorni attraverso il tampone, sono state di proseguire la vita normalmente, recandosi al lavoro, si capisce bene come il lockdown e la quarantena, da soli, possano essere risultati insufficienti.

Autenticamente criminale, infine, è stato ciò che è avvenuto nelle rsa, dove le persone ospitate appartengono ad una categoria sensibile per età e per patologie pregresse. Non aver messo in sicurezza in via prioritaria quelle strutture, ad esempio dotando tempestivamente il personale di tutte le misure di sicurezza necessarie, ma anche aver richiesto, come ha fatto con un’ordinanza la Regione Lombardia, che nelle rsa potessero essere ospitati malati Covid-19 lievi, ha comportato una vera e propria strage.

Il mercato conta più della vita delle persone

Sono passati molti giorni tra le prime chiusure – scuole, cinema, teatri, ecc – e il fermo della produzione non essenziale. In questo frangente c’è stato anche chi, come il sindaco di Milano Beppe Sala, ha fatto slogan della prosecuzione delle attività produttive e degli assembramenti ludici. Quella istituzionale è sembrata una vera e propria connivenza con le associazioni imprenditoriali che, senza il benché minimo scrupolo, si sono messe a sindacare e a tentare di trattare con il governo per non fermare la produzione in un questo o quel settore, al punto da aver sollevato le ire dei pur tiepidi sindacati confederali.

Che il profitto per il ceto imprenditoriale italiano sia più importante della vita dei suoi stessi lavoratori e lavoratrici non è uno slogan. La solerzia e la veemenza con cui Confindustria si è spesa per far proseguire produzioni non essenziali non è la stessa con cui ha dotato i propri luoghi di lavoro delle misure di sicurezza necessarie, né i propri lavoratori dei dpi prescritti dal protocollo governativo. Ci sono voluti gli scioperi degli operai per sollevare concretamente il problema e per costringere i padroni ad assumersi le proprie responsabilità.

Le istituzioni, in questo senso, non sono state da meno, non solo sul fronte ospedaliero, ma anche in quei servizi sociali, ad esempio l’accoglienza ai richiedenti asilo, considerati attività essenziali. A molte settimane dall’inizio della pandemia e dall’adozione dei protocolli di sicurezza per i luoghi di lavoro, ancora molti operatori non sono dotati di tutti i dpi prescritti e in molti casi hanno dovuto provvedere di tasca propria ad acquistare le protezioni minime per tutelare la propria salute.
La capillarità, a volte come vedremo il vero e proprio accanimento, dei controlli delle forze dell’ordine sui cittadini trovati per strada ha assorbito un’energia sproporzionata rispetto ai controlli nelle fabbriche sul rispetto delle misure di sicurezza per chi lavora.

Una protezione sociale stentata

Se è vero che il governo ha messo celermente in campo misure straordinarie, ingaggiando anche un conflitto con la solita cinica Europa, è altrettanto vero che il sostegno messo finora in campo è risultato insufficiente. È insufficiente per le famiglie, su cui è stato scaricato il rischio economico con la chiusura delle scuole, ma è insufficiente anche per tutte quelle forme di lavoro atipico e precario che sono escluse già normalmente da una buona fetta di diritti. Gli stanziamenti per le minime necessità di sussistenza, come quelli per i buoni spesa, sono briciole se raffrontate a ciò che comporta un lockdown di due mesi.
I criteri del sostegno economico pensati, inoltre, sembrano celare la speranza che non tutti gli aventi diritto ne facciano richiesta. In questo senso, è semplicemente vergognosa l’impreparazione tecnico-informatica dell’Inps, il cui sito assomiglia più ad un blog personale di un dilettante che un portale di un istituto previdenziale nazionale.

Tra le cose che non sono state fatte o sono state fatte a singhiozzo, in ordine sparso, troviamo la questione degli affitti, non bloccati a livello nazionale. Per non parlare dell’assoluta indisponibilità anche solo a discutere di una blanda proposta di patrimoniale o di tassazione ad hoc progressiva, né di forme di reddito universale, di base, di solidarietà o di quarantena che dir si voglia.
Senza risposta rimangono anche le questioni sollevate da chi si trova recluso senza reddito, ma deve continuare a pagare le bollette e anche la sospensione dei mutui ricopre una casistica molto limitata.
Nulla è stato pensato o fatto per le categorie più fragili ed esposte, come i senzatetto, su cui anzi si è accanita la mano delle forze dell’ordine.

Mano libera alla repressione

La confusione e la continua decretazione d’urgenza, contenente norme spesso in contrasto fra loro, ha permesso alle forze dell’ordine di agire un’incredibile discrezionalità nel sanzionare i comportamenti ritenuti illegittimi. Sono molto numerosi i casi di veri e propri abusi in divisa, nei quali la polizia ha multato persone trovate in strada anche nei limiti fissati dalla legge.
Le interpretazioni ai decreti data dalle forze dell’ordine e dalle circolari del Viminale spesso è stata più restrittiva dei contenuti stessi e degli obiettivi dei dpcm e non è raro che le indicazioni e le direttive fornite da vigili e poliziotti contrastassero con il fine di limitare il più possibile gli assembramenti e la diffusione dei contagi.

Le forze dell’ordine si sono così trasformate in forze di sorveglianza con le mani libere. Hanno fermato e redarguito persone trovate senza mascherina nonostante non vigesse alcun obbligo di indossarla, hanno sanzionato persone che si sono allontanate dal Comune di residenza di appena pochi chilometri per trovare beni di prima necessità indisponibili nei punti vendita della propria zona, hanno multato persone trovate in un’aiuola col proprio cane sostenendo si trattasse di un parco, chiuso dalle ordinanze. Fino a casi più gravi di accanimento contro persone che si muovevano per necessità mediche.

Le sanzioni, inoltre, sono salatissime. Benché trasformatisi da penali in amministrative, le multe superano i 500 euro. Spesso, di fronte al palese autoritarismo, si è evocato l’alibi del ricorso alla Prefettura o al Giudice di Pace. Oltre a scaricare sui cittadini l’onere di dimostrare la correttezza dei propri comportamenti, la mole di ricorsi verosimilmente intaserà istituti che, durante questa emergenza, dovrebbero occuparsi di cose sicuramente più importanti e prioritarie.
Anche qui, inoltre, c’è il sospetto che si punti allo scoraggiamento delle persone che, già provate dalla situazione, potrebbero preferire pagare la sanzione piuttosto che infilarsi in un iter legale per vedere riconosciuti i propri diritti. E intanto lo Stato fa cassa.

Vi è poi la questione della sorveglianza e del tracciamento. Da un lato, l’utilizzo di droni ed elicotteri per scovare le persone all’aperto ha portato ad un dispendio di risorse economiche che, oggettivamente, in questo momento andrebbero investite altrove.
Dall’altro la pochissima trasparenza nel presentare l’applicazione di contact tracing o nell’ipotizzare che chi non la scarichi sarà soggetto a restrizioni nei movimenti, ha generato una legittima preoccupazione in parte della popolazione. E i rischi non sono frutto di paranoia complottista, ma sono pericoli concreti sottolineati anche dagli addetti ai lavori.

La democrazia sospesa

Vi è un ulteriore elemento che denota la pessima gestione dell’emergenza da parte dell’Italia ed ha a che fare con la democrazia, che è del tutto sospesa.
Lo Stato ha trattato i suoi cittadini in modo paternalistico e repressivo. È riuscito a costruire una narrazione in cui il problema sembrava rappresentato dal runner, non dalle proprie responsabilità.
Nel frattempo, il Parlamento, cioè l’organo di rappresentanza popolare, si è pressoché fermato, la legislazione è stata effettuata per decreto dal governo, con le continue apparizioni in stile plebiscitario del presidente del Consiglio sui social network.

Ad aggravare ulteriormente questo quadro già fosco è arrivata la nomina di cosiddetti esperti, riuniti in task force, cui affidare le decisioni su come pianificare il dopo-emergenza. Qui è avvenuto un vero e proprio rovesciamento in senso antidemocratico: non è più la politica a compiere delle scelte, avvalendosi del parere dei tecnici per la loro applicazione, ma sono i cosiddetti esperti – portatori comunque di interessi e linee di pensiero – a decidere la direzione da prendere.
Tutto ciò risponde ad una logica ben precisa, che emergerà solo col tempo. Questa pandemia avrebbe potuto rappresentare un’occasione per mettere in discussione, correggere o sovvertire le storture, le disuguaglianze, i problemi generati dal nostro modello di sviluppo, dal nostro sistema socio-economico. Il tentativo di chi ha il privilegio è quello di scongiurare l’ipotesi di perderlo o ridurlo in favore di un mondo più equo.