Non si è ancora arrestato l’effluvio amoroso per il presidente del Consiglio Mario Draghi sui giornali. Ieri Massimo Recalcati ci ha spiegato dal punto di vista psicanalitico perché abbiamo bisogno di una figura paterna come l’ex presidente della Bce e, ad ogni rara dichiarazione del premier, ogni ovvietà, come quella che occorrono più vaccini, diventa motivo di giubilo nelle redazioni mainstream.
A turbare questo quasi unanime romanticismo politico è Libertà e Giustizia, che qualche giorno fa, in un’analisi dal titolo emblematico (“L’attesa messianica“) esprimeva non poca preoccupazione per la deriva oligarchica in cui il nostro Paese sta scivolando.

Messia Draghi, la preoccupazione democratica di Libertà e Giustizia

La presidenza dell’associazione, composta da Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Paul Ginsborg, Sergio Labate, Elisabetta Rubini, Fabrizio Tonello, Nadia Urbinati e Gustavo Zagrebelsky, ha espresso “preoccupazione democratica” per quello che sta accadendo nel nostro Paese.
La critica di Libertà e Giustizia non si concentra tanto sulla figura di Draghi, sostenendo di volerlo valutare in base a ciò che farà e alle scelte politiche che di volta in volta matureranno sui molti temi, quanto sull’operazione che ha portato alla sua ascesa a Palazzo Chigi e sul modo con cui è stato accreditato presso l’opinione pubblica italiana.

Oltre a sottolineare l’imboscata che il governo Conte ha subìto, l’associazione afferma che la scelta di chiamare Draghi al governo «ha avuto il sapore di una radicale delegittimazione del ceto politico italiano, nella sua totalità. Tale delegittimazione ha finito col diventare una sorta di auto-delegittimazione: tutti i partiti hanno in sostanza condiviso questo giudizio negativo su loro stessi, riconoscendo di non essere più in grado di svolgere i compiti costituzionali per cui essi hanno ragione di esistere».
Un altro motivo di preoccupazione democratica «è che questo governo operi in quasi totale assenza di una opposizione parlamentare. L’entusiasmo unanimista fa perdere forse un po’ di senso dell’orientamento democratico: siamo di fronte a un’assoluta anomalia. Misura di una buona democrazia non è la quiete dell’unanimismo, ma la dialettica tra maggioranza e opposizione», scrive ancora Libertà e Giustizia.

Il rischio, dunque, è quello dell’imporsi di una cultura che, dando per scontata l’insipienza dei politici, si affida acriticamente a “uomini della Provvidenza“, scelti senza il meccanismo elettorale dettato dalla Costituzione. Una voglia di “uomini forti” che potrebbe riproporre, come abbiamo già visto, riforme costituzionali che legittimino il loro potere e non tollerino opposizioni.
«In tempi eccezionali – continua Libertà e Giustizia – proprio l’emergenza potrebbe essere strumentalizzata, da alcuni, per consolidare politiche nel segno di un aggravamento dell’ingiustizia sociale, di una sistemazione oligarchica delle forme democratiche, di un ridimensionamento della funzione del pubblico, persino di un “ripensamento” del radicamento antifascista della nostra Repubblica».

Il dogma tecnocratico e le dimissioni di Zingaretti

«Il pericolo è che ci si immetta in un discorso in cui la politica non sembra più adatta a risolvere i problemi della vita sociale, mentre ci si affida ad altre correnti, per esempio le discipline economiche monopensiero o la tecnica costi-benefici delle analisi finanziarie ed economiche, vissute come la soluzione, il metodo per risolvere tutti i problemi», osserva ai nostri microfoni la politologa della Columbia University Nadia Urbinati.
In particolare, in questo quadro al Parlamento viene assegnato solo un ruolo di ratifica delle decisioni prese dal governo, stiracchiando i dettami costituzionali.

In questa chiave è possibile leggere anche l’affidamento di un incarico alla società di consulenza McKinsey da parte di Draghi per la revisione del Recovery Plan. «Il rapporto con le corporation che offrono servizi di consulenza non è una novità di questo governo, né è grave in sè – precisa Urbinati – ma diventa grave nel momento in cui non solo la soluzione di specifici casi, ma addirittura l’indirizzo generale per la rinascita di un Paese viene affidato alla ricerca dei dati, alla ricerca dei progetti, in ragione di alcuni criteri, che sono quelli dell’efficienza economica in relazione ad una struttura di capitalismo globale e finanziario che stabilisce la norma».

Urbinati inserisce anche le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del Pd all’interno della deriva denunciata da Libertà e Giustizia. Per la politologa, il modo con cui ha annunciato le sue dimissioni è sintomatico di una malattia profonda della nostra leadership politica.
In particolare, Urbinati critica per prima cosa la scelta di Zingaretti di aver scelto i social network per annunciare le dimissioni anziché le istituzioni o le procedure del partito. Ma sono anche i contenuti ad essere problematici. «Ha usato un linguaggio – sottolinea la politologa – che per un leader che sta dentro ad una leadership e la guida ha contribuito a dipingere i partiti come luoghi affamati e famelici».
Anche se probabilmente è vero che nei partiti si annidano persone che pensano solo alle poltrone, Urbinati sottolinea la necessità di avere un’analisi politica delle ragioni delle dimissioni di Zingaretti: «Spieghi meglio cosa vuol dire. Significa che ci sono delle fazioni che impediscono una visione collegiale del partito? Se è così è un ragionamento politico da farsi».

ASCOLTA L’INTERVISTA A NADIA URBINATI:

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