L’epicentro dell’epidemia da coronavirus lombardo, come si sa, è Bergamo. La situazione è drammatica sotto molteplici punti di vista: decine di decessi ogni giorno, posti esauriti negli ospedali, difficoltà anche a seppellire i morti.
Le autorità si stanno muovendo per attrezzare il padiglione della Fiera per allestire un ospedale da campo, mentre sono già arrivati gli alpini.
Ma a fare rabbia, in questa tragedia, è la consapevolezza che si poteva almeno in parte evitare, decretando per tempo la provincia zona rossa.

Bergamo: una lunga scia di decessi

In appena una settimana a Bergamo si sono registrati 330 decessi, 14 volte in più di quelli registrati un anno prima. Nel punto della situazione che ha fatto ieri l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, nella sola provincia di Bergamo si registrano 3.993 contagi, 233 in più rispetto a lunedì”, anche se con una lenta riduzione.
Nel solo capoluogo domenica 8 e lunedì 9 marzo i morti sono stati 44. Poi la settimana ha preso una piega in crescendo davvero drammatica: martedì 31 decessi, mercoledì 44, giovedì 43, venerdì 50, sabato si sono registrati 35 morti. I defunti di domenica 15 e lunedì 16 marzo ammontano a 83.

“I sindaci di diversi Comuni della provincia contestano i dati ufficiali, dicendo che sono enormemente sottostimati – racconta Lele di Bg Report, testata bergamasca – Ci sono persone che muoiono sole in casa. Molti medici sono malati e alcuni non rispondono nemmeno più ai pazienti, che rimangono isolati, senza diagnosi e curandosi come possono da soli”.

Un’inquietante dato che emerge dalla situazione bergamasca è che il virus ora non colpisce più solamente anziani o persone con determinate patologie, ma miete vittime anche tra persone più giovani.
I cimiteri sono chiusi alle persone per effetto delle restrizioni imposte dai decreti, ma anch’essi registrano una situazione di difficoltà. “Al cimitero di Bergamo da stamattina c’è una sepoltura ogni mezz’ora”, ha affermato qualche giorno fa l’assessore comunale ai Servizi cimiteriali, Giacomo Angeloni.
Le camere mortuarie cittadine sono sature e le chiese sono state trasformate per poter contenere i defunti.

Gli ospedali al collasso

Gli ospedali pubblici hanno esaurito i posti in terapia intensiva e sub-intensiva. Sono infatti tutti occupati gli 80 posti in terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII. Per questo motivo oggi viene allestito un ospedale da campo messo a disposizione dall’Associazione Nazionale Alpini, che conterrà tra i 200 e i 250 posti di terapia sub-intensiva.
L’ospedale sarà allestito in un padiglione della Fiera. “Arriverà un contingente di medici dalla Cina, abbiamo il luogo, chi lo realizza, i medici e le attrezzature per fare un centro per delle cure sub-intensive che potrà dare sollievo ai presidi ospedalieri”, ha spiegato il sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Anche il personale sanitario necessita di rinforzi e per questo sono arrivati 27 medici militari e 4 infermieri, in supporto ai militari.
L’intervento si è reso necessario anche per il fatto che in tutta la provincia ci sono 106 medici malati o in quarantena, 22 non sono stati sostituiti.

“In questa situazione si sta giocando uno scontro tra la classe dirigente della Lega e il governo centrale – sottolinea il mediattivista – Alla base della scelta dell’ospedale in Fiera c’è la volontà di gestire in modo autonomista e federalista la situazione, ostacolando invece la centralizzazione delle funzioni sanitarie, che è uno dei pochi aspetti positivi legati all’emergenza. L’ultimo decreto permette la requisizione delle strutture sanitarie private, con annesso personale, che devono dare il proprio contributo dopo i milioni di euro che hanno ricevuto negli anni scorsi”.
L’ospedale da campo in Fiera, dunque, sarebbe la risposta di Fontana all’intervento dello Stato, una gara a chi arriva prima, per non modificare un sistema rodato in Lombardia.

La tragedia si poteva evitare o contenere

La situazione attuale è conseguenza della scelta di non decretare la zona rossa ad Alzano e Nembro, i due principali focolai da dove è partita l’epidemia che si è poi diffusa in tutta la provincia di Bergamo.
“Questo perché – osserva Lele – quei territori hanno una centralità produttiva incredibile, anche extra-territoriale, un pezzo dell’automotive italiana”.
Le pressioni industriali, dunque, hanno impedito lo stop alla produzione e il contagio è successivamente esploso in modo esponenziale.

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