Chi sta dalla parte potente della tastiera, cioè chi lavora nel mondo dell’informazione, ha notato che, dopo i primi tre giorni, le notizie che riguardano il coronavirus – da quelle con toni catastrofisti a quelle più sobrie – hanno perso l’iniziale appeal nel pubblico. Lo spavento, l’apprensione e il bisogno quasi morboso di informazione iniziali hanno presto raggiunto un livello tale di saturazione che si è registrato una sorta di rimbalzo negativo. Se risulta praticamente impossibile ignorare il tema, visto che monopolizza e oscura tutto il resto, lettrici e lettori, telespettatrici e telespettatori, ascoltatrici e ascoltatori hanno manifestato indirettamente un certo livello di fastidio e saturazione.

Wu Ming e la narrazione del coronavirus

Nel suo ultimo post sul blog Giap, intitolato “Diario virale. I giorni del coronavirus a Bulåggna (22-25 febbraio 2020)”, il collettivo di scrittori Wu Ming in una certa misura intercetta questo sentimento. Proprio da qui, dalla differenza tra reale e narrazione mediatica, comincia l’analisi dell’emergenza coronavirus nel nostro Paese, in particolare a Bologna, una delle città interessate dall’ordinanza regionale di Stefano Bonaccini e Roberto Speranza che ha chiuso, annullato o sospeso decine tra luoghi pubblici, manifestazioni, appuntamenti culturali.

Ovviamente il lavoro dei Wu Ming va molto oltre il semplice constatare che la paura e il bisogno di controllo che imperversano sui media e vengono veicolati dai provvedimenti delle autorità non trovano, in via generale, un riscontro concreto nella vita della città.
L’analisi, infatti, prende in esame il merito dei provvedimenti, le assenze nelle narrazioni e, in definitiva, il messaggio occulto che la gestione militaresca dell’epidemia fa gradualmente passare nella mente dei cittadini.

Nelle narrazioni emergenziali, ad esempio, vengono sistematicamente rimosse dai media mainstream le cause sistemiche delle recenti epidemie, delle repentine diffusioni di nuovi virus. “Farlo avrebbe comportato una critica radicale dell’aggressione capitalistica all’ambiente e al vivente”, sostengono gli scrittori.
Allo stesso modo, di fronte a provvedimenti improvvisi e militareschi, nessuno nei media mainstream “coglieva l’occasione per parlare di com’era stata compromessa la sanità pubblica italiana in trent’anni di ‘riforme’ neoliberali”.

Allo stesso modo, con il leit motiv di “far parlare gli esperti” (che in certi casi “trasformati in opinionisti televisivi e star da social network, erano ormai schiavi del proprio personaggio e delle aspettative del pubblico”) si è costruito un frame che ha spostato dal politico al tecnico la discussione. Eppure, “investire in posti di blocco anziché nell’aumento di posti letto non è una decisione «tecnica», da esperti, ma politica, da amministratori”, scrivono sempre i Wu Ming.
Oltretutto, i “potenziali o sedicenti «esperti» erano migliaia e le loro spiegazioni spesso si contraddicevano, generando solo una maggiore confusione e una forte predisposizione al complottismo, perché «se fanno tanto casino, dev’esserci sotto qualcosa che non ci raccontano»”.

Ad aiutare la loro tesi, infine, ci ha pensato una delle improvvide esternazioni del sindaco di Bologna, Virginio Merola, il cui bizzarro candore ha sempre ispirato il collettivo di scrittori. “Bisogna applicare l’ordinanza e non perdere tempo a discutere”, ha dichiarato il primo cittadino bolognese.
Quello dei Wu Ming, in definitiva, è un prezioso contributo – come di consueto fuori dagli schemi – che aiuta sia le persone, sia anche i giornalisti che abbiano l’umiltà di rifletterci, ad uscire per un momento dal vortice mediatico delle narrazioni emergenziali ed affrontare il tema da un’altra prospettiva.