Se volessimo definirli in modo politico li chiameremmo “proletari”, ma in chiave libertaria sarebbero gli “oppressi” e, in definitiva, gli “ultimi”. Sono loro i protagonisti di “Canto degli sciagurati”, l’ultimo singolo di Massimo Zamboni che anticipa l’uscita, in autunno, dell’album “La mia patria attuale”. Lo scorso 8 aprile il brano è uscito accompagnato da un video che l’artista, ai nostri microfoni, confessa di non riuscire a vedere disgiunti. «Faccio fatica a parlare di singolo e di video – osserva Zamboni – si tratta di un piccolo atto teatrale che si svolge in 4 o 5 minuti».

Massimo Zamboni e l’eterna lotta tra repressione e insurrezione

Il video, diretto da Piergiorgio Casotti, è in bianco e nero ed è ambientato in un luogo suggestivo che evoca uno scontro. Si tratta di ex cave di argilla sull’Appennino reggiano, nel Comune di Baiso, dove la natura sta cercando di riprendersi uno spazio che, molto tempo prima, le è stato sottratto dall’industria. Nel filmato, infatti, si intravedono hangar di lamiera e macchinari abbandonati dove la vegetazione prova a rispuntare. «È uno scontro violento e al tempo stesso rassegnato», racconta l’ex membro dei Cccp.

La narrazione del video e la canzone stessa raccontano la repressione e la necessità di insorgere, di ribellarsi, in quello che appare una sorta di loop secolare.
«Ho cercato di raccontare una storia eterna – racconta Zamboni – quella dell’eterna necessità di prendere in mano la propria vita e, dall’altra parte, quella di scontrarsi con una gendarmeria fredda, gelida, glaciale, che esegue, come in un qualsiasi lavoro d’ufficio, quello che è deputata a fare, cioè eliminare questa fonte di disturbo».

GUARDA “CANTO DEGLI SCIAGURATI”:

L’autore nega che l’ispirazione per “Canto degli sciagurati” sia venuta dalla situazione pandemica in cui siamo immersi. Ad evocargli le immagini presenti nel testo sono stati piuttosto i fasci siciliani di fine ‘800, ma anche tutta la storia italian del ‘900, in particolare i moti di Reggio Emilia degli anni ‘60 e la repressione che ne è seguita.
«In maniera figurata – osserva Zamboni – è il continuo dispossessamento della nostra qualifica di cittadini, avvenuta giorno per giorno. Un logorio, un’erosione continua di ciò che è stato conquistato, che è un meccanismo che si ripete nei secoli, perché la libertà non è mai regalata, ma va presidiata quotidianamente».

Tuttavia oggi nell’artista sembra prevalere il pessimismo rispetto alla coscienza che gli sciagurati hanno della propria condizione e della necessità di reagire, da cui l’invito ad insorgere.
«In passato c’erano i residui della seconda guerra mondiale, le lotte operaie e studentesche, tematiche di liberazione che saltavano fuori e che adesso, invece, sono naufragate tra il web e il lavoro incessante – lamenta Zamboni – Manca il tempo mentale e intellettuale di poter pensare al proprio destino e a quello della collettività».

“La mia patria attuale”, l’album in cui sarà contenuto “Canto degli sciagurati”, uscirà in autunno, ma già ad inizio maggio sarà completato il lavoro in studio.
«È un album più cantautorale del solito – racconta Zamboni – Ho pensato di tagliare il cordone ombelicale del cavo jack della chitarra per dedicarmi molto di più alla voce. Anche se ho composto le parti di chitarra, ho chiesto ad altri di suonarle, perché altrimenti non se ne esce, ci vuole un po’ più di azzardo».
In ogni caso, a giudicare da “Canto degli sciagurati”, l’artista non ha abbandonato il proprio legame col passato. Nel singolo, oltre a sonorità che richiamano alla mente i Cccp o Csi, c’è proprio un verso che contiene una citazione esplicita di quelle formazioni.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MASSIMO ZAMBONI:

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