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I ragazzi dei navigli e l’impoverimento della sanità pubblica italiana, di chi è la colpa?

Tutti cercano qualcuno a cui dare la colpa. (Tom Waits)

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Ci sta: i bagai dei Navigli, i regaz di Piazza Verdi, gli scugnizzi di Mergellina sono degli incauti sconsiderati che si giocano la sorte mettendo a rischio anche quella degli altri. Bene, mandiamo pure la polizia municipale a multarli, a sparpagliarli, a fargli il predicozzo, ma per favore, non facciamo i furbi: non è colpa loro se ci troviamo in questa melma, se il sistema sanitario nazionale ha vacillato pericolosamente sotto i colpi violenti della pandemia. Troppo comodo trasformare quattro ragazzi che dopo due mesi di reclusione si bevono una birra in compagnia, nel capro espiatorio di decenni di smantellamento della sanità pubblica.

Giovani e vecchi, quel maledetto vizio tutto italiano di metterli sempre gli uni contro gli altri: categorie sbandierate a sproposito, mai come in questo periodo tirate da una parte e dall’altra a seconda della convenienza di chi tira. Come dimenticare che in marzo, quando la virulenza del contagio ormai era evidente a tutti, in alcune aree del paese, in particolare nelle regioni del nord più produttivo, si è anteposto il bisogno del profitto a quello della salute, mandando sfrontatamente allo sbaraglio migliaia di lavoratori ultrasessantenni? E così, nello stesso momento, uno è troppo vecchio, a rischio di contagio mortale, per andarsene in giro da solo per la città, ma ancora abbastanza giovane e vigoroso, lontanissimo dall’età pensionabile, per sudare e faticare accanto agli altri operai dentro una fabbrica.

Eppure, neanche di fronte a questa carneficina, si è alzato un amministratore, uno dei tanti che son lì da decenni, ad ammettere di essersi sbagliato, ad aver avuto il coraggio di dire che la strategia andrebbe rivista, che la sanità pubblica andrebbe rimessa al centro e gestita dal centro in modo che, in ossequio alla costituzione, sia per tutti veramente uguale. E purtroppo, questa saccenteria, questa presunzione di infallibilità della nostra classe dirigente erano e sono parte integrante del problema.

L’illusione che l’impoverimento della sanità pubblica potesse esser compensato da quella privata è naufragata sotto i colpi del coronavirus, ma i nostri dirigenti sembrano non essersene neppure accorti. Eppure a noi pare evidente che il privato non potrà mai sostituire il pubblico nella sua mission di servizio ai cittadini, semplicemente perché il secondo deve garantire prestazioni per tutti e non profitti per pochi: non esiste clinica privata che mantenga al suo interno i costi onerosissimi di un Pronto Soccorso. Eppure non troverete nessuno, neppure tra i più fedeli cantori dell’ultraliberismo, che sarebbe disposto a rinunciare a un servizio così essenziale. Abbiamo lasciato la sanità (ma noi aggiungiamo anche il sociale) nelle mani di una miriade di “evoluti” tagliatori di teste (cutter heads li chiamano in America), manager ragionieri, il cui unico mandato è stato quello di ridurre i costi della spesa pubblica e rimpinguare con premi “per il risparmio fatto avere all’azienda” le buste paga dei loro dirigenti, facendo finta di non sapere che quel risparmio era sinonimo di tagli di personale, di posti letto, di strumentazioni e via dicendo.

Non vorremmo che alla fine della fiera tutti si auto assolvano dando addosso a quattro ragazzotti con una birra in mano, perché c’è una bella differenza tra l’essere un bagai, un regaz, uno scugnizzo e essere un criminale.