Nel suo Blog “Donne con lo zaino” Patrizia D’Antonio incontra Morena Moretti e la mostra “Anthropocene” di vignette, grafica e fumetti

Nel mio viaggio da Roma a Parigi, la sosta a Bologna per incontrare la mia amica Morena è un’occasione imperdibile, avvalorata dalla possibilità di visitare la mostra di cui è curatrice per il CRAP (Comitato Ricerche Associazioni Pionieri).

Anthropocene ovviamente…potremmo salvare il nostro pianeta” è il titolo dell’esposizione itinerante realizzata da Fumettomania Factory, da Radio Città Fujiko e dal CRAP, attualmente allestita presso il DAMS di Bologna e aperta fino al 7 dicembre. Approfitto per intervistare Morena e osservare le tavole degli artisti che hanno contribuito, con i loro disegni, alla realizzazione di questa mostra tematica che prende spunto dal documentario canadese del 2018 “Anthropocène. L’époque humaine” (“Una nuova era: Antropocene- L’epoca umana”).

I fumetti possono cambiare il mondo recita il catalogo dell’esposizione nel quale si spiega il fine che ha motivato il progetto:

Ci auguriamo che questa antologia dimostri l’importante ruolo che l’arte, e in particolare l’arte del fumetto, può svolgere in risposta alla crisi climatica. L’arte sarà sempre un metodo per dare un senso al mondo, per documentare le trasformazioni che vediamo intorno a noi e, soprattutto, per guidare i cambiamenti necessari nella società. L’arte ha il potere di illuminare i luoghi più bui del nostro pianeta e della nostra anima e di cercare speranza e illuminazione.”

La mostra ha anche un intento didattico, quello di sensibilizzare il pubblico e stimolare un’interazione con studenti e professori e una collaborazione proficua come nel caso della professoressa Sabina Magagnoli in visita con la sua classe prima dell’Istituto professionale Aldini nell’ambito della sperimentazione di “Inglese Sistemico”.

I pannelli riproducono disegni o estratti di album illustrati di artisti internazionali. La maggior parte sono in italiano ed in inglese, ma c’è anche una tavola in francese di Frédérick Brémaud, Allain Bougrain-Dubour e Giovanni Rigano con pagine tratte da “Lettres des Animaux à ceux qui les prennent pour des bêtes” (Lettere di animali a chi li prende per delle bestie). Si tratta in totale di una settantina di pezzi di cui la quasi totalità sono stati concepiti su carta e poi realizzati in formato digitale.

Sono una lettrice di fumetti per la maggior parte di area francofona dove l’arte del balloon è valorizzata e distribuita in modo capillare anche nella tantissime biblioteche pubbliche e librerie specializzate e riconosco un orientamento contemporaneo di molti artisti verso i temi sociali e ambientali. La mostra però mi ha aperto un orizzonte più vasto, sugli artisti italiani e di altri Paesi coinvolti nel progetto. Una parte consistente dell’esposizione proviene dal progetto “Ten years to save the planet” supportato dal British Council per spiegare il cambiamento climatico attraverso le arti, le scienze ed il digitale. Dalla collaborazione tra The Lakes International Art Comic Festival Komiket nelle Filippine e il Creative Concern, è nata una mostra indirizzata ai giovani tra i 18 e 24 anni (ma con un messaggio universale) con i lavori di cinque artisti britannici e cinque filippini che espongono qui pagine intense per grafica e contenuto. Sono molto colpita soprattutto dalla forza di alcuni fumetti filippini e penso alle tragedie climatiche che hanno già colpito l’arcipelago e di quanto debba essere molto concreto il senso del pericolo in quelle latitudini. Anche più vicino a noi i disastri ambientali diventano soggetti artistici per veicolare il messaggio urgente di agire subito prima dei prossimi dieci anni, come per l’illustrazione “La Raffineria della morte” della messinese Maria Celeste Arena o il disegno “Cambio d’abito”, di Lelio Bonaccorso dove si vede un orso che si spoglia della sua pelliccia a causa del surriscaldamento dell’Artico. Ho particolarmente apprezzato l’opera di Darren Cullen, un artista inglese che gioca sull’assonanza tra Shell (la compagnia petrolifera) e Hell (inferno) per mostrare la contraddizione di una falsa transizione ecologica. Il suo “Solar tank” infatti “made from recycled fire engines, hospital beds and weelchairs” è un modellino di carro armato ad energia solare che utilizza il riciclaggio e vuole sottolineare la follia di credere in una riconversione ecologica che mantenga gli stessi squilibri geopolitici e quindi la guerra e lo sfruttamento insensato dei giacimenti petroliferi.

Da cinque anni circa, da quando Carlo Zaia ha iniziato a raccogliere la documentazione del Pioniere e il Comitato Ricerche Associazione Pioniere è stato fondato, uno straordinario archivio digitale è a disposizione di studiosi e curiosi dell’evoluzione di questo settimanale per ragazzi dove il fumetto la faceva da padrone con l’intento di divertire ma soprattutto di formare le nuove generazioni del post guerra sui temi sociali, politici e ambientali. Il giornalino di ispirazione comunista, diretto da Gianni Rodari e Dina Rinaldi, seguendo un’evoluzione che riflette quella della società, ha dunque trattato argomenti scientifico-ambientali nelle strisce realizzate da diversi artisti tra i quali Flora Capponi, Marcello Argilli, Vinicio Berti e lo stesso Rodari. Eroi come Cipollino e Chiodino incarnano gli ancora vivi ideali della Resistenza nella lotta contro i prepotenti e le ingiustizie mostrando i cambiamenti di una società fondamentalmente contadina verso l’industrializzazione. In seguito, Atomino, sarà il personaggio che rappresenterà il passaggio di interesse verso l’Universo con i viaggi spaziali e l’energia atomica, promessa di progresso ma anche di rischio nucleare. Nei racconti, articoli e fumetti contenuti nel giornalino erano ben presenti varie dicotomie quali: attività venatoria/salvaguardia dell’ambiente o conoscenza di specie esotiche e maltrattamento animale nei circhi equestri. Le varie storie sul Circo, sulla Corrida, gli articoli sul bracconaggio ma anche quelli sulla caccia (attività all’epoca di completamento del regime alimentare familiare nel mondo contadino), danno conto dell’evoluzione della coscienza di una società dai forti cambiamenti tecnologici e sociali. Tutto questo è ben documentato nelle pagine curate da Alfredo Pasquali nel catalogo della mostra allestita dal CRAP. La selezione di strisce e articoli del giornalino sui temi legati alla relazione con la natura e le sue risorse completano quelle sugli artisti e le immagini delle tavole di Anthropocene. Il catalogo contiene infine l’intervista a Mario Benenati, presidente di Fumettomania Factory APS, a cura di Morena che mi parla anche degli eventi organizzati durante questa settimana: dopo l’incontro con Lise e Talami, gli autori di Jungle Justice, ci saranno quelli di martedì 6 alle 17 con Giuseppe Palumbo e quello di mercoledì 7 con Otto Gabos, sempre alla stessa ora

Quando ti riposerai? Chiedo alla mia infaticabile amica mentre parliamo di fronte alla rappresentazione, a grandezza naturale, di un dodo. Entrambe sorridiamo dicendoci che dieci anni per salvare il pianeta sono davvero pochi e non abbiamo un minuto da perdere. Penso allora che, forse come una goccia nel mare, questa mostra contribuisce a creare e diffondere la storia (o utopia?) collettiva di cui abbiamo bisogno perché diventi una coscienza planetaria condivisa capace di smuovere le masse, come sottolinea Cyril Dion in “Petit manuel de résistance contemporaine”. Allora muoviamoci, anche cominciando con i fumetti che (forse) possono salvare il pianeta.

Articolo precedenteFederal Records
Articolo successivoLe studentesse femministe occupano per far rivivere lo sportello antiviolenza