Un aumento di 30mila visitatori in un anno nonostante la carenza di organico, grazie a promozione (gratuita) sui social network e piccoli eventi. È il miracolo silenzioso della Pinacoteca Nazionale di via Belle Arti a Bologna, raccontato dal direttore Franco Faranda. “Brunetta ci chiamava fannulloni, qui ci inventiamo eventi negli orari di chiusura per aumentare l’offerta”.

Non ha i riflettori puntati addosso come VeryBello!, né fa il clamore de “La ragazza con l’orecchino di perla“. Eppure la Pinacoteca Nazionale di Bologna, che gestisce la sede centrale di via Belle Arti e Palazzo Pepoli, può vantare risultati di tutto rispetto. Risultati che non appaiono affatto scontati se si considera che, da tre anni a questa parte, il museo è stato oggetto di tagli, riduzione di personale senza opportune sostituzioni e dimezzamento degli orari di apertura.
A raccontare il prezioso lavoro svolto quotidianamente è stato il direttore Franco Faranda, intervenuto a “Terzo Paesaggio“, il programma di Mariagrazia Salvador su Radio Città Fujiko.

In un solo anno le visite sono più che raddoppiate, passando dalle 23mila del 2013 alle 53mila del 2014, non solo nelle prime domeniche del mese, quelle gratuite, ma anche quando occorre pagare un biglietto.
Sono una trentina gli eventi organizzati nel corso dell’anno dal personale della Pinacoteca, senza un euro di investimento sulla promozione. “Non abbiamo soldi da spendere in pubblicità – racconta Faranda – e nemmeno per fare un manifesto”.

Non solo. Le chiusure forzate hanno aguzzato l’ingegno, portando i lavoratori e gli storici dell’arte ad organizzare piccoli eventi riservati a gruppi di interessati, che si svolgono durante gli orari di chiusura, quando non è necessario utilizzare tutto il personale di sorveglianza.
“Abbiamo pensato che una soluzione potesse essere quella di tramutare le oggettive difficoltà in opportunità”, racconta il direttore, che non rinuncia a togliersi un piccolo sassolino dalla scarpa: “Ricordo che il ministro Brunetta definì fannulloni i dipendenti statali come noi”.

Il personale attualmente impiegato nelle due sedi della Pinacoteca è composto da 36 unità, le quali devono garantire una sorveglianza 24 ore su 24. Sono 10 le persone che lavorano ad ogni turno, due delle quali stanno in biglietteria, un’altra controlla le videocamere e le restanti devono occuparsi di 30 sale nella sola struttura di via Belle Arti.
Una carenza di organico che, secondo Faranda, è destinata ad aggravarsi: “Nel giro di tre anni rischiamo la chiusura. Dal 2012 ad oggi, ad esempio, abbiamo subito un taglio del 50% degli storici dell’arte: eravamo in otto e quattro sono andati in pensione senza essere sostituiti”.

Il concorso per le nuove assunzioni non è ancora stato organizzato e, sottolinea il direttore, sarebbe importante che il nuovo personale arrivasse prima che quello più anziano andasse in pensione: “Il passaggio orale di conoscenze e competenze, che può avvenire solo in comprensenza, risparmierebbe anni di studi e ricerche a chi verrà dopo di noi”.

Nel frattempo, la Pinacoteca di Bologna continua la sua piccola resistenza quotidiana, cercando di fare di necessità virtù e presentando un’offerta che ha un approccio diverso da quello dei grandi eventi, che usufruiscono grossi budget e utilizzano volti noti per promuoversi. È il caso, ad esempio, della mostra “Da Cimabue a Morandi“, allestita a Palazzo Fava, che grazie all’immagine di Vittorio Sgarbi sta ottenendo molto clamore, nonostante molte delle opere provengano dalla Pinacoteca stessa.

In epoca di crisi, si sente spesso dire che l’Italia dovrebbe puntare sul turismo culturale. Stando ai dati sugli investimenti, però, non sembra che la politica abbia un reale interesse a sviluppare il settore, per ora affidato alla buona volontà e all’ingegno dei suoi lavoratori.