Herat Football Club racconta la storia delle giovani afghane che si sono riprese la loro spensieratezza grazie al calcio. È in proiezione al TTFF, giovedì 7 ottobre alle 21, presso il Cinema Teatro Galliera, in via Giacomo Matteotti 27, a Bologna.

Stefano Liberti: il calcio femminile come isola di resistenza a Herat

Stefano Liberti è coautore, del docufilm Herat Football Club, uscito nel 2017. L’ha girato «insieme a Mario Poeta. Racconta la storia di una squadra di calcio femminile di Herat, in Afghanistan». Questo gruppo di ragazze afghane tra i 17 e i 20 anni, aveva costruito una squadra forte, che nel 2020 ha persino vinto il Campionato nazionale femminile in Afghanistan. In questo caso, viene utilizzato lo sport come mezzo per veicolare l’emancipazione femminile dal ruolo tradizionale che la donna ha nella società afghana, la quale non garantisce i diritti alle donne, o comunque un trattamento egualitario rispetto agli uomini. Il calcio è sempre stato un modo per opporsi alle pericolose ondate di conservatorismo che travolgevano le ragazze afghane: «per loro era un momento di creazione di comunità, noi le abbiamo seguite per giorni, le abbiamo anche seguite a casa loro. Rappresentavano una élite liberale all’interno della società afghana. I genitori avevano accettato di mandare le ragazze – cosa non comune –, a giocare a calcio. Loro ci dicevano, quando noi siamo qui, dentro questo stadio, quando ci alleniamo, ci dimentichiamo tutto quello che c’è fuori in Afghanistan. Alcune sono nate dopo il 2001, in un paese che è stato per vent’anni in guerra. Giocare a calcio fa ritrovare spensieratezza e allegria, fa pensare all’Afghanistan come un posto in cui riporre delle speranze. Era un’isola di resistenza».

La storia del docufilm di Stefano Liberti comincia nel 2016, quando parte per l’Afghanistan con Pamela Cioni, del COSPE, per sostenere dei progetti di empowerment femminile: «Abbiamo incontrato avvocatesse, militanti dei diritti umani, giornaliste, dottoresse. Un giorno, sono arrivate in ufficio queste quindici ragazze, anche minorenni, che avevano una grande voglia di raccontarsi, ed esprimevano un entusiasmo grandissimo che non avevamo visto in giro per il Paese», spiega Liberti. «Loro si allenavano all’alba, alle cinque del mattino, sia perché non volevano farsi vedere troppo – era una cosa non molto accettata dalla società –, sia perché erano costrette a giocare tutte coperte, e quindi la mattina presto faceva meno caldo. Noi siamo andati lì d’estate». Una storia di vita vissuta, una narrazione complessa, che valeva la pena di essere raccontata. Infatti, nel 2017 esce il docu-film, «in un anno molto era cambiato, quando siamo andati lì la prima volta era una squadra amatoriale, senza fondi. L’anno successivo la squadra si era strutturata; si è iscritta alla Federazione, viaggiava per l’Afghanistan partecipando al Campionato, che hanno vinto l’anno scorso».

Ad oggi, dopo l’insediamento dei talebani, la situazione è preoccupante, malgrado non faccia più notizia. Infatti, «con l’arrivo dei talebani ad Herat, le ragazze non hanno più potuto giocare, anzi, sono fuggite un po’ ovunque. Alcune di loro siamo riusciti a farle arrivare in Italia», rivela Stefano Liberti durante l’intervista con Rachele Copparoni. Dopo gli eventi di agosto, l’odissea dell’evacuazione si è conclusa in maniera positiva per alcune delle calciatrici, per le loro famiglie e l’allenatore della squadra femminile di Herat, grazie all’impegno congiunto di Liberti e di COSPE, nonché delle autorità governative. In seguito alla presa di Kabul da parte dei talebani, una donna rischia la vita per il solo fatto di aver giocato a calcio. Purtroppo però «due ragazze in lista sono rimaste a Kabul, e sono ancora lì in attesa di trovare un modo per uscire. Nell’Afghanistan di oggi la situazione è drammatica, vorrebbero cercare di uscire dal paese». La loro storia è raccontata in Herat Football Club, al TTFF, giovedì 7 ottobre alle 21, presso il Cinema Galliera.

Maria Luisa Pasqualicchio

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