Dopo il picco di tensioni registrato nel weekend attorno alla crisi ucraina, quella di ieri è stata un’altalena diplomatica. Da un lato sono arrivati segnali distensivi, con l’apertura da parte russa di un margine per trovare un accordo politico o l’annuncio della fine delle esercitazioni militari, dall’altro lato la tensione è prontamente risalita, quando gli Stati Uniti hanno ribadito l’ora x al 16 febbraio e sostenuto che le truppe russe si sono mosse in “posizione d’attacco”.
Tuttavia, secondo Raffaele Crocco, direttore di Atlante Guerre, lo scenario di una guerra in Ucraina potrebbe essere ancora lontano. In sostanza le due potenze, Russia e Usa, si starebbero ancora misurando in una gara diplomatica muscolare che ha il sapore di bluff.

Guerra in Ucraina, una gara muscolare ma ancora diplomatica

Crocco, pensa che si arriverà ad una guerra in Ucraina?

«Noi stiamo sostenendo che la guerra è ancora sufficientemente lontana, in realtà siamo ancora convinti di essere di fronte ad una prova diplomatica muscolare molto forte, con l’esigenza di Putin di redifinire il ruolo e il riposizionamento della Russia a fronte di una debolezza reale degli Stati Uniti. Ma che poi ci siano davvero le ragioni per arrivare a uno scontro armato, che avrebbe costi altissimi per tutti, ci pare improbabile. Se è vero che la Russia ha voglia di tornare ai fasti imperiali dello zar prima e dell’Urss poi, è anche vero che oggi è un gigante politico-militare, ma è un nano economico. Una guerra sarebbe davvero devastante per il futuro del Paese».

Qual è la strategia di Putin? A cosa punta?

«Putin è un giocatore molto abile, si è infilato nella debolezza degli Stati Uniti, che sono in grande decadenza sulla ribalta internazionale, fanno fatica a tenere le posizioni. Per ristabilire il ruolo della Russia nello scacchiere internazionale ha cominciato a farlo intervenendo in Siria, nelle questioni mediterranee, nei balcani. Ora si sta rafforzando con questa posizione rispetto all’Ucraina, ha appena siglato un patto politico-militare importantissimo con la Cina, che sposta l’asse mondiale sull’Asia e non più sull’Europa. Quindi Putin tenta, e ci sta riuscendo, di ridare un ruolo alla Russia, anche perché ciò gli consentirà di affrontare meglio le difficoltà economiche del Paese, che sono molte».

E gli Stati Uniti che partita stanno giocando?

«Gli Stati Uniti cercano di riposizionarsi. Hanno avuto una brutta lezione in Afghanistan, hanno costruito nuove alleanze nel Pacifico, in particolare con Australia, Gran Bretagna e le isole del Pacifico, che dà l’idea esatta di come gli Stati Uniti vogliano tornare a posizionarsi sul controllo dei mari, soprattutto nei confronti della Cina, che vedono come il vero unico avversario in questo momento. Quindi stanno cercando di ridimensionare la Russia. Il fatto che Biden continui a minacciare Putin in questo momento, quando servirebbe invece un’azione diplomatica differente, significa dire a Putin: attenzione perché i nostri veri interlocutori sono i cinesi, voi russi siete comunque una potenza media e non vi temiamo».

L’Europa sembra impegnata in un’opera di mediazione. E così? Che interessi ha l’Europa in questa partita?

«L’Europa ha interessi enormi, dipende in buona parte dal gas russo e i Paesi dell’est per l’Europa sono un grande mercato. L’Europa è esattamente speculare contraria alla Russia: è un gigante economico, ma un nano politico-militare. Però oggi non è l’Europa in quanto tale che sta agendo, ma sono alcuni Paesi europei che hanno interessi specifici, cioè Francia e Germania. Sono più attivi anche perché lo sono storicamente, dato il format Normandia che aveva già raggiunto accordi.
L’Europa rimane sempre debole dal punto di vista della diplomazia e della politica ed ha scarsi strumenti di intervento».

E noi italiani invece restiamo ai margini?

«Noi italiani siamo ancora più marginali. Fa quasi tenerezza la telefonata di Putin a Draghi per rassicurarlo sulle forniture di gas e per tenerci buoni. Certamente non siamo nelle condizioni di entrare nel gioco in questo momento».

Quali possono essere delle soluzioni diplomatiche fattibili che ci allontanino dalla guerra?

«Le soluzioni in realtà ci sono. Noi stiamo giocando su una serie di notizie non corrette. L’Ucraina non potrebbe comunque entrare nella Nato, perché ha un conflitto interno in Donbass che impedisce anche dal punto di vista tecnico l’ingresso nel Patto Atlantico, quindi l’allargamento della Nato è un finto problema e lo sanno tutti i contendenti. Basterebbe ritornare a parlare della verità, cioè di quelli che sono stati gli accordi in questi trent’anni tra potenze e Paesi. Sono accordi internazionali che garantiscono la sovranità dell’Ucraina dopo il disarmo delle testate nucleari del ’94 con gli accordi di Budapest. Insomma, basterebbe rifarsi a quella che è la diplomazia degli ultimi trent’anni per trovare soluzioni. E soprattutto bisognerebbe dare un ruolo agli ucraini e pensare com’è e come sarà che loro sono in grado di gestire la partita».

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