Alla fine, in un modo paradossale, la Giunta del Senato ha deciso per l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona e abuso di potere per il caso della nave Gregoretti sulla quale erano presenti migranti salvati da un naufragio, che l’ex ministro degli Interni bloccò per quattro giorni.
Il paradosso della vicenda è che la maggioranza ha disertato la seduta della Giunta, mentre contro la proposta di negare l’autorizzazione hanno votato i 5 senatori della Lega, a favore i 4 di FI e Alberto Balboni di FdI. In caso di pareggio, il regolamento del Senato fa prevalere i “no” e dunque Salvini finirà a processo, salvo sorprese nel voto in plenaria dell’Aula del Senato.

Gregoretti: un pretesto per la campagna elettorale

La maggioranza aveva scelto l’Aventino in aperta polemica con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati che aveva rigettato la richiesta di posticipare la decisione, votando invece per la calendarizzazione del voto ad oggi.
L’implicito alla base della richiesta di rinvio sta nella scadenza elettorale di domenica prossima, quando l’Emilia Romagna e la Calabria saranno chiamate a votare i propri presidenti e a rinnovare le rispettive Assemblee legislative. Il rischio che Salvini potesse trasformare questa vicenda giudiziaria in merce da campagna elettorale, infatti, era altissimo e puntualmente si è verificato.

Contrariamente a quanto accaduto con il caso analogo della nave Diciotti, infatti, il leader della Lega ed ex ministro degli Interni non ha chiesto di essere salvato dal processo e pochi giorni fa ha annunciato l’intenzione di presentarsi in tribunale, invitando i suoi senatori a votare affinché ciò accadesse.
Tutto ciò è stato condito da frasi ad effetto e slogan vittimistici, dall’evocazione di Silvio Pellico all’affermazione di essere pronto ad affrontare il carcere, che probabilmente – e sicuramente non per il momento – mai vedrà. Quello che non è cambiato è la ragione che Salvini stesso continua a rivendicare: l’aver difeso i confini attraverso la politica dei porti chiusi.

Giustizia, democrazia e diritti umani sviliti sull’altare della propaganda

Il caso della nave Gregoretti e l’inutile sofferenza subita dalle 131 persone che si trovavano a bordo e che hanno dovuto restarvi dopo aver rischiato la morte nel naufragio sono dunque passati in secondo piano, lasciando il posto alle convenienze politiche e alla strumentalizzazione fatta tanto dall’accusato e dalla sua parte politica, quanto dalla maggioranza e dalla preoccupazione che la vicenda potesse diventare un’arma propagandistica.
Non è infrequente, infatti, leggere commenti ed editoriali che definiscono il naturale corso della giustizia come un “boomerang” che non farà altro che “rafforzare la Lega”. Una commistione che mistifica lo stato di diritto con le strategie politiche, contribuendo in modo pericoloso a minare le regole della convivenza civile.

In questa cornice è facile dunque immaginare che il voto di oggi e le sue conseguenze verranno agitati come ulteriore strumento di consenso elettorale e che la polarizzazione che ciò produrrà allontanerà ancor di più, come è avvenuto in altri casi (uno su tutti: Bibbiano) la comprensione e l’analisi dei fatti.
In questa fase storica ci troviamo in un evidente cul de sac, in cui qualunque cosa può essere strumentalizzata ed assumere una rilevanza che nulla a che vedere con il merito specifico della questione.