“La lista delle riforme del governo greco è incompleta.” Con queste parole secche Jeroen Dijsselbloemm, presidente dell’Eurogruppo, ha liquidato il piano di riforme del governo Tsipras. A marzo non ci saranno aiuti per il paese ellenico. Il ministro delle finanze greco, Varoufakis, paventa un referendum sulle politiche europee o, peggio, nuove elezioni.

Peggio di così davvero non poteva andare. L’Eurogruppo ha liquidato come “incompleta” la lista di riforme inviata dal governo greco, per un costo totale di 200 milioni di euro, ancor prima dell’esame ufficiale che dovrebbe tenersi oggi. La prima conseguenza di questa bocciatura, che manca però di ufficialità, è il mancato versamento della tranche di aiuti ad Atene per il mese corrente.

Il problema, però, appare tutto politico. Nella telefonata fatta ieri da Tsipras al governatore della Bce Draghi, che oggi vedrà partire sui mercati il suo piano da 60 miliardi al mese, per rilanciare l’inflazione, il presidente greco ha ribadito di rispettare l’indipendenza di Francoforte, ma, proprio in virtù, di questo indipendanza ha auspicato che l’Eurotower non soccomba alle pressioni politiche. Non è un mistero che, in spregio alle sue prerogative, il ministro delle finanze tedesco Scheuble e l’esecutivo di Berlino tutto, abbiano a più riprese interpretato un ruolo di giudice delle scelte greche che non gli competeva, pregiudicando, in una girandola di minacce e smentite, il sereno confronto dell’Eurogruppo con il governo ellenico che, piaccia o no, ha ricevuto il mandato popolare a cacciare la Troika.

Venendo alle conseguenze del rigetto del piano greco, non c’è da stare allegri. Secondo alcuni analisti, come spiega ai nostri microfoni Giacomo Bracci, il prossimo passo sarà l’uscita della Grecia dall’Euro. Secondo i più ottimisti (sempre che si possa chiamarli così) invece, si profilano ulteriori difficoltà per i greci nel pagare gli interessi sul debito.

Quello che resta, però, almeno per il momento, è la constatazione del ministro greco delle finanze Varoufakis, secondo il quale il rifiuto del piano di riforme sarebbe da addebitare al fatto che provenga da un governo di sinistra radicale. Al governo precedente di centrodestra, retto da Samaras, per mettere nero su bianco quanto lasciato intendere da Varoufakis, non sarebbe successo.

Dalle decisioni di oggi, dipenderà molto del futuro di un Europa, che spera che il “bazooka” di Draghi, il piano di acquisto massiccio di debito, ma all’orizzonte si profila, sempre secondo quanto lasciato intendere dal ministro greco, un referendum che chiami i greci ad esprimersi sulle politiche economiche dell’esecutivo, o, ma sembra davvero difficile, nuove elezioni politiche.

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