Il governo presieduto da Mario Draghi, che nei prossimi giorni dovrà ottenere la fiducia in Parlamento, assomiglia tanto ad un mostruoso organismo geneticamente modificato. A tutti quelli che mantengono un minimo di lucidità e che non lavorano al soldo di un editore industriale è apparso chiaro che l’accozzaglia che compone la squadra dell’esecutivo non rappresenta in alcun modo il volto migliore delle competenze italiane. Al contrario, si configura come un’operazione da manuale Cencelli con la quale, nella sostanza, vengono restaurati i tradizionali rapporti di potere che erano stati, seppur parzialmente e non senza errori, messi in discussione dal governo Conte bis.
In altre parole, il capitale e la Confindustria riprendono saldamente le redini.

Governo Draghi, la ripartizione delle deleghe favorisce le destre

C’è però uno schema ulteriore che si può intuire osservando la ripartizione delle deleghe fra i ministri. I Ministeri “che contano” sono saldamente nelle mani di uomini o donne di fiducia di Draghi, perlopiù espressione del mondo liberista, industriale, conservatore, rigorista e integralista cattolico. Un’altra piccola fetta di Ministeri rilevanti è nelle mani della destra, come testimonia la presenza di Giancarlo Giorgetti al Ministero per lo Sviluppo Economico.
Ciò, senza troppi giri di parole, significa che la gestione dei fondi europei in arrivo attraverso il Next Generation Eu è saldamente nelle mani della destra, politica o tecnica che dir si voglia.

Come se non bastasse, le deleghe nei settori che più hanno sofferto a causa della pandemia e della crisi economica che da essa è scaturita sono state affidate ad esponenti della sinistra, vera o presunta. La sanità, che ha vissuto drammaticamente gli effetti dei tagli dei decenni precedenti; la cultura, che viene spesso immotivatamente sacrificata perché non ritenuta un settore strategico; la scuola, la cui chiusura sta provocando danni psicologici e sociali incalcolabili e la cui apertura fa salire la curva dei contagi; il lavoro, con una crisi pesantissima e una scadenza dietro l’angolo, quella del blocco dei licenziamenti. Sono tutti ministeri in mano ad esponenti del Pd o di LeU.

Poiché la pandemia non è finita, il piano vaccinale rimane ancora incerto, la curva epidemiologica mostra i primi sintomi di risalita e la crisi economica non ha ancora invertito la rotta, è facile ipotizzare che le misure più impopolari delle prossime settimane e dei prossimi mesi dovranno essere assunte proprio dai ministri progressisti, mentre la destra potrà concentrarsi sulla distribuzione delle risorse economiche.
Un anticipo di quello che ci aspetta lo abbiamo visto ieri quando, su input del Cts, il ministro Roberto Speranza ha dovuto posticipare ulteriormente l’apertura degli impianti sciistici, creando un polverone di polemiche anche interne al governo stesso.

Se potessimo fare una scommessa sugli effetti che il governo Draghi produrrà dal punto di vista elettorale, non esiterei a puntare i miei cinque euro sul fatto che alle prossime consultazioni, quando si terranno, le destre usciranno rafforzate dall’esperienza dell’esecutivo che sta nascendo, perché potranno rivendicare di aver distribuito risorse economiche e sottolineare che i provvedimenti “punitivi” sono stati assunti dalla “sinistra”.
Spero molto di sbagliarmi, ma la discesa agli inferi è appena cominciata.

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