La soluzione lampo della crisi di governo non è riuscita al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. I numeri della maggioranza al Senato non sono cambiati dalla settimana scorsa e, dopo il Consiglio dei ministri di questa mattina, Conte è salito al Quirinale per rassegnare le proprie dimissioni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Per conoscere quale dei possibili scenari politici si aprirà è sufficiente attendere qualche ora, ma indipendentemente dalla scelta del Capo dello Stato, in Italia si è creato una sorta di tifo, che riverbera sui quotidiani e nelle televisioni, per liberarsi dell’attuale premier e soprattutto delle sue politiche.

Appetiti del Capitale: basta blocco dei licenziamenti e bonus

A sintetizzare una lettura economica della crisi di governo ai nostri microfoni è l’economista Simone Fana. «Sotto la crisi parlamentare in realtà c’è una crisi economica e soprattutto due ricette di soluzione di questa crisi», sostiene Fana.
Da un lato, infatti, c’è la gestione che ha fatto della crisi economica scaturita dalla pandemia questa maggioranza che, pur con i propri limiti, ha però bloccato i licenziamenti, distribuito ristori e attivato la cassa integrazione.
Dall’altro lato, invece, gli attacchi di Renzi, Confindustria e parte della stampa mainstream a cui non è piaciuta la “tregua” di Conte al mondo del lavoro che, oltre alle misure citate, include anche la riforma universalistica degli ammortizzatori sociali e l’abbozzo di discussione sul salario minimo.

Detta in altre parole, se si arriverà ad un governo tecnico sostenuto da forze come Italia Viva e Forza Italia, quindi con un asse più spostato a destra, «è probabile che si arriverà ad un sblocco dei licenziamenti, perché ora il blocco è fissato al 31 marzo e dipende dall’evoluzione della crisi e della pandemia», paventa Fana.
A chiedere a gran voce misure di questo tipo, del resto, sono Confindustria e un’altra fetta del mondo delle imprese, le cui aspirazioni sono quelle di tornare alle pratiche precedenti la pandemia.

Lo scenario, infatti, potrebbe essere reso ancora più fosco di quello fin qui prefigurato. Da giorni i principali quotidiani mainstream ospitano editoriali in cui viene ripetuto una sorta di mantra: “basta bonus e ristori, bisogna fare riforme strutturali“.
Una parola, quella delle riforme, che negli ultimi decenni ha sempre giocato contro le condizioni della classe lavoratrice. «È la parola che ricorreva dopo la crisi del 2008 e poi nel 2011 – ricorda Fana – Le riforme strutturali sono quelle nel mercato del lavoro per liberalizzare ulteriormente il mercato attraverso dei contratti atipici, la flessibilità in entrata e riduzione degli standard salariali. Ma sono anche quelle sulle pensioni: si proverà sicuramente a manomettere quota 100 e tornare a un sistema-simil Fornero con l’innalzamento dell’età pensionabile».

Il Recovery Fund nel piatto del capitale

L’altro grande tema economico che si annida nella crisi di governo è quello sulla gestione del Recovery Plan, il piano per avere accesso agli oltre 200 miliardi in arrivo dall’Europa, il cosiddetto Next Generation Eu. Anche quei il capitale reclama la propria consistente fetta di torta.
«Noi siamo davanti a una crisi del capitale – sottolinea l’economista – tra pezzi e fazioni diverse di capitale, una che mette anche in contraddizione gli interessi dei commercianti, di coloro che dipendono dalla domanda interna e coloro, invece, che vorrebbero aprire i mercati e liberalizzare unlteriormente ed estendere anche lo spazio economico fuori dal contesto nazionale».

Il Recovery Fund diventa quindi un’occasione per sanare questa frizione, restituendo da un lato un margine alle imprese che dipendono dalla domanda interna attraverso la riduzione delle tasse e la riduzione delle tutele nel mercato del lavoro e, dall’altro lato, consentendo alle imprese che dipendono dalla domanda estera di riagganciarsi alla crescita o alla ripartenza negli scambi commerciali internazionali.
«È tutta una partita per cercare di saldare fazioni di capitali tra di loro non necessariamente alleate», conclude Fana.

ASCOLTA L’INTERVISTA A SIMONE FANA:

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