Era la sera del 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir quando Giulio Regeni, il ricercatore friulano dell’università di Cambridge, al Cairo per la sua tesi di dottorato sui sindacati autonomi egiziani, fu rapito. Pochi giorni dopo il suo corpo venne ritrovato, con segni di terribili torture, sul ciglio di una strada.
Da allora sono già passati 4 lunghi anni, e la strada per la verità sembra ancora estremamente lontana. La logorante battaglia condotta sin dai primi istanti dai genitori, costantemente sostenuti da Amnesty International, può essere racchiusa all’interno degli striscioni gialli che pretendono “Verità per Giulio Regeni” esposti in giro per l’Italia e per il mondo.

Giulio Regeni: a che punto siamo?

Ai nostri microfoni, il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, fa un bilancio dei passi fatti nelle indagini da quelle lontane sere del 2016, soffermandosi in particolar modo su quelli ancora da fare.
Nonostante vada riconosciuto il merito della Procura di Roma, che è arrivata ad individuare alcuni funzionari dell’apparato di sicurezza egiziano coinvolti almeno nelle fasi precedenti il sequestro di Giulio – presumibilmente anche nelle fasi successive – non si può vedere sotto una luce positiva, invece, l’operato dei governi dei due Paesi.

In primo luogo, da parte della magistratura egiziana non c’è stato alcun segno di collaborazione; anzi, numerosi sono stati i tentativi di depistaggio, a partire dall’ipotesi avanzata dalla polizia immediatamente dopo il ritrovamento del corpo del ragazzo, di un banale incidente stradale, nonostante il cadavere riportasse evidenti segni di brutale tortura.
Per quanto riguarda la risposta italiana, sottolinea Noury, quattro diversi governi hanno chiesto la verità per Giulio con timidezza, in maniera incostante, spaventati dalle possibili ritorsioni a livello economico e diplomatico da parte del governo di al-Sisi.
Ma questa strategia conciliante non ha funzionato: sono passati quattro anni e alla verità storica, che chiama in causa le responsabilità del governo egiziano, ancora non corrisponde una verità giudiziaria.

La richiesta di verità e giustizia continua

La denuncia della non sufficienza di quanto raggiunto finora, però, non deve in alcun modo essere scambiata per rassegnazione: mai si potrà accettare la “verità” propugnata dal governo egiziano.
Per poter finalmente indirizzare le indagini verso la scoperta dei reali responsabili coinvolti, è necessario modificare la strategia messa in atto dal governo italiano. “Si deve superare l’idea, piuttosto vicina ad una vera e propria illusione, di poter ottenere la verità a costo zero da un punto di vista politico e diplomatico – sottolinea Noury – serve che l’Italia faccia qualcosa di più decisivo sul piano politico, anche a costo di incrinare i rapporti tra i due Paesi”.

Basti pensare che continuano fiorenti e senza intoppi le relazioni economiche, gli scambi commerciali e la collaborazione nel campo della possibile pace in Libia. Secondo l’analisi di Noury, infatti, il già tradizionalmente silenzioso e quasi dimesso approccio diplomatico del governo italiano viene ulteriormente indebolito per non mettere a repentaglio le floride relazioni tra Italia ed Egitto, soprattutto in ambito economico, in particolare nel campo degli idrocarburi, e in quello della politica internazionale, dove c’è sempre qualche dossier che rende l’Egitto un partner apparentemente indispensabile, dal terrorismo all’immigrazione, all’attuale situazione libica.

Per questi motivi, nel corso degli ultimi quattro governi, la ricerca della verità è inevitabilmente passata in secondo piano; ma ciò non potrà più essere tollerato.
Il primo passo, secondo quanto richiesto dai genitori di Giulio Regeni con il pieno sostegno di Amnesty International, deve essere il ritiro dell’ambasciatore al Cairo, tornato sul suolo egiziano nell’agosto del 2017: come segno di profonda insoddisfazione, l’Italia deve prendere una chiara posizione, anche di netta rottura laddove necessario.

La situazione in Egitto

Sarebbe limitante e inevitabilmente sbagliato non inquadrare la vicenda Regeni all’interno del più ampio panorama sociale e politico egiziano degli ultimi anni.
“Sono passati sei anni e mezzo dal colpo di stato di al-Sisi – ricorda Noury – e la situazione è catastrofica: prima e dopo Giulio ci sono stati i tanti Giulio e le tante Giulia d’Egitto che hanno subito quelle stesse torture, sono scomparsi, in alcuni casi uccisi. Chi si occupa di diritti umani in Egitto corre il rischio di essere arrestato e processato; lo stesso vale per la stampa libera, per gli avvocati e gli attivisti. La libertà di manifestazione è sospesa, ci sono processi in continuazione, arresti di persone in maniera del tutto arbitraria. Quando si prova a isolare la storia di Giulio dal contesto più ampio della repressione in Egitto si fa un torto a Giulio, ai Giulio e alle Giulia che hanno avuto lo stesso destino”.

Le manifestazioni del prossimo 25 gennaio

In almeno 80 piazze di città italiane, anche se il numero continua a crescere di ora in ora, il giorno 25 gennaio alle ore 19.41, ora alla quale si ebbero le ultime notizie di Giulio, si accenderanno delle fiaccole, “per tenere accesa la luce sulla richiesta di verità: una verità che deve arrivare, e noi siamo convinti che arriverà”.

Teresa Fallavollita

ASCOLTA L’INTERVISTA A RICCARDO NOURY: