Sei morti, nove feriti e venti dispersi. È questo il bilancio provvisorio, nella mattina di lunedì 4 luglio, della tragedia scaturita dal distacco di un blocco del ghiacciaio della Marmolada. Le vittime sono state portate al Palaghiaccio di Canazei, dove è stata allestita la camera ardente e dove i parenti dovranno effettuare il riconoscimenti dei corpi.
A rendere ancor più drammatica la situazione è il fatto che i soccorsi sono ostacolati dal meteo. È infatti necessario che vi sia freddo poiché le basse temperature sono fondamentali per garantire un minimo di sicurezza alle operazioni, dal momento che sulla montagna è rimasto un’enorme quantità di ghiaccio pericolante.

Ghiacciaio Marmolada già osservato speciale per gli effetti del cambiamento climatico

La tragedia stessa e le difficoltà nei soccorsi mostrano in modo crudo quali possono essere le conseguenze del cambiamento climatico. È infatti quest’ultimo, a detta degli esperti, il responsabile del distacco del blocco del ghiacciaio, avvenuto per temperature anomale, pari a 10,3 gradi, e con uno zero termico che sale sempre più di quota.
Ma il ghiacciaio Marmolada era già osservato speciale, proprio per il ritiro dei ghiacci. Già nel 2020 un report del Cgi (Coordinamento Glaciologico Italiano) testimoniava la sua precaria salute e osservava che in circa un secolo il ghiacciaio ha perso il 90% del suo volume.

«È più di un secolo che il ghiacciaio della Marmolada è sotto controllo, un controllo annuale che viene fatto sulla maggior parte dei ghiacciai italiani e che serve a monitorare lo stato di salute degli apparati glaciali», spiega ai nostri microfoni Aldino Bondesan, docente dell’Università di Padova e coordinatore per il settore Triveneto del Cgi.
In particolare, i ghiacciai italiani sono in ritiro già dall’Ottocento, ma la novità degli ultimi anni, constata Bondesan, è un’accelerazione del ritiro rispetto a quanto accadeva solo vent’anni fa. «L’aspetto che ci deve fare preoccupare – osserva il professore – è che rispetto ai modelli che avevamo ottenuto vent’anni fa, noi oggi osserviamo un’accelerazione della velocità di ritiro. Negli ultimi anni abbiamo avuto dei ritiri che sono il doppio o il triplo di quello che si osservava vent’anni fa.

Nemmeno per Bondesan ci sono dubbi sul responsabile: il cambiamento climatico. «Noi abbiamo un legame diretto tra quello che è il riscaldamento globale e quello che è il comportamento dei ghiacciai – spiega l’esperto del Cgi – specialmente i piccoli ghiacciai alpini, che sono quelli che reagiscono molto più rapidamente al cambiamento climatico».
Il monitoraggio stesso della salute dei ghiacciai, quindi, è una cartina di tornasole dell’evoluzione climatica in atto e le conseguenze, oltre alla tragedia odierna, sono di vasta portata, ad esempio per ciò che concerne l’approvvigionamento idrico, tema di cui stiamo contestualmente facendo esperienza a causa della siccità.

Coprire i ghiacciai con teloni serve solo a tutelare il business dello sci

Bondesan è uno dei firmatari di un appello che prende posizione contro una pratica già utilizzata in Italia, quella della copertura dei ghiacciai con dei teloni.
Da oltre un decennio, ad esempio, il ghiacciaio Presena viene coperto con dei teloni geotermici di colore bianco, che hanno la capacità di bloccare le radiazioni solari. Lo stesso ghiacciaio Marmolada è stato coperto in parte.
Tuttavia per molti esperti questa pratica è molto costosa, inquinante e soprattutto non protegge il ghiacciaio. L’unico scopo è mantenere lo spessore del ghiaccio in prossimità delle piste da sci, tutelando quindi solamente il business dello sci.

«I teloni hanno una funzione che è quella di preservare parte del ghiaccio – spiega il coordinatore del Cgi – Ovviamente ciò è legato allo sfruttamento del ghiacciaio per lo sci. È impensabile utilizzare quei teli per ricoprire interamente i ghiacciai, perché avrebbe un costo in termini economici, ma anche di inquinamento. Pensiamo ad esempio al materiale plastico che viene portato in quota, alla necessità di avere dei mezzi che lo stendano e non sempre ciò sarebbe possibile, e in ogni caso si tratta sempre di un palliativo, cioè di un rallentamento della velocità di ritiro, ma non di una soluzione».

Le soluzioni: adattamento e cambio radicale del modello di sviluppo

Di fronte a questo scenario drammatico, dobbiamo rassegnarci a contare i morti e osservare i disastri ambientali che il cambiamento climatico produce? Quali possono essere le soluzioni?
«Noi abbiamo due possibilità – osserva Bondesan – Una a lungo termine che non è completamente in mano al cittadino, ma il cittadino può fare leva sulla classe politica, che è ridurre le emissioni di gas serra, cioè invertire la tendenza attuale».
Il docente dell’Università di Padova riconosce che è uno sforzo colossale, che implica un cambiamento delle intere dinamiche economiche a livello globale e che avrà dei tempi lunghi, decine se non centinaia di anni.

«Nel breve termine – aggiunge – noi non possiamo intervenire su dei meccanismi climatici che mettono in gioco delle enormi quantità di energia. Quello che possiamo fare è adottare strategie di adattamento. Ad esempio se in un ghiacciaio come la Marmolada è aumentato il rischio di crolli, occorrerà trovare dei percorsi alternativi, quindi più sicuri, per il turista che vuole raggiungere la vetta».
Oltre a ciò, però, Bondesan dà suggerimenti anche su altre azioni antropiche: «Se abbiamo un problema di crisi idrica, come abbiamo oggi, bisognerà passare all’irrigazione a goccia, evitare le perdite idriche, razionalizzare l’uso dell’acqua: tutte modalità di adattamento al cambiamento climatico che ci consentono di far fronte a questa svolta epocale per il clima, ma anche per l’economia e la società».

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALDINO BONDESAN:

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