Con un ritardo di alcuni giorni, l’Unione Europea ieri ha espresso la propria posizione in merito all’omicidio di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis. Attraverso le parole dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza, Josep Borrell, l’Unione Europea si dice “scioccata e sconvolta” per l’uccisione di Floyd, definita senza mezzi termini “un abuso di potere”.
“Al pari del popolo statunitense, siamo scioccati e sconvolti dalla morte di George Floyd – ha affermato Borrell – Tutte le società devono rimanere vigili contro l’uso eccessivo della forza e rispettare i diritti umani. Condanniamo il razzismo di qualsiasi tipo”.

Ue, un imbarazzo comprensibile viste le politiche migratorie

La presa di posizione europea arriva a ben otto giorni dall’omicidio di Floyd e in questi casi la tempistica è essa stessa una notizia, perché rivela cautele ed imbarazzi di non poco conto.
Se da un lato, infatti, a molti leader europei potrebbe non dispiacere la condizione di difficoltà in cui si trova l’arrogante presidente statunitense Donald Trump, le cui politiche non hanno mancato di danneggiare anche il Vecchio Continente, dall’altro lato la storica alleanza europea con gli Usa è spesso ragione per misurare le parole e minimizzare le violazioni dei diritti umani quando a compierle è una potenza amica.

Vi è però un ulteriore elemento di imbarazzo che riguarda direttamente l’Unione Europea, per la quale è pressoché impossibile dare lezioni di antirazzismo a qualunque altro Paese del mondo.
Le politiche xenofobe dell’Ue degli ultimi decenni e il razzismo istituzionale di cui sono permeate hanno provocato morte e sofferenza almeno pari, se non superiore a quelle che subisce la comunità nera negli Stati Uniti.
Dall’aver introdotto la detenzione amministrativa su base etnica negli anni ‘90 all’aver trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero di africani, passando per gli accordi con dittatori e criminali di guerra per contenere i flussi migratori anche attraverso la creazione di lager, fino agli sgomberi e alle violenze lungo le frontiere interne all’Unione stessa. Senza considerare le legislazioni fortemente discriminatorie all’interno degli Stati membri.

Era il 1998 quando l’Italia introdusse i Centri di Permanenza Temporanea (Cpt), centri di detenzione in cui i migranti sprovvisti del permesso di soggiorno finivano reclusi senza aver compiuto alcun reato. Nel nostro Paese queste strutture hanno cambiato più volte nome, prima Cie e ora Cpr, ma la sostanza non è cambiata. Questo tipo di istituzioni carcerarie, in realtà, arrivò in Italia con il ritardo di qualche anno rispetto ad altri Stati europei, che sperimentarono e misero a punto questa forzatura del diritto.

Tre anni prima, nel 1995, l’Europa si dotò del Trattato di Schengen, recepita negli anni successivi dai vari Stati membri. Se per i cittadini europei quella convenzione ha rappresentato un aumento della libertà di circolazione all’interno dell’Unione, la faccia oscura del trattato riguarda il controllo anche e soprattutto militare dei confini esterni, che si è manifestato in modo più eclatante e violento negli anni ‘10 del Terzo millennio. Con la cosiddetta “Emergenza Nordafrica” nel 2011, seguita da altre ondate migratorie verso il continente europeo, l’Europa ha inaugurato pratiche vietate dalla Convenzione di Ginevra ed altri trattati internazionali come i respingimenti in mare.
L’osservatorio creato da Fortresse Europe ha calcolato che dal 1988 al 2016 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 27.382 persone, di cui 4.273 soltanto nel 2015 e 3.507 nel 2014. Nella sola strage di Lampedusa dell’ottobre 2013 persero la vita 366 persone e centinaia seguirono in naufragi successivi.

Mentre sui confini degli Stati europei, come l’Ungheria, venivano costruiti muri di filo spinato per impedire l’arrivo di migranti, l’Unione europea a partire dal 2016 stipulava accordi con dittatori e figure autoritarie in giro per il mondo in chiave anti-migratoria, come l’accordo con la Turchia di Erdogan o con le milizie di tagliagole libici durante la guerra civile.
Non solo: in virtù del Trattato di Dublino che obbliga gli Stati di primo approdo ad occuparsi dell’accoglienza dei richiedenti asilo, sui confini interni tra gli Stati sono state create vere e proprie frontiere su base etnica, dove potevano tranquillamente transitare i bianchi, ma i neri venivano fermati, sottoposti a perquisizione e spesso a violenze e mandati indietro. Sono centinaia le segnalazioni delle associazioni umanitarie lungo i confini tra Italia e Francia, ma anche altrove, degli abusi e delle violenze contro i migranti che cercavano di valicare la frontiera. Molti di loro sono addirittura morti perché costretti a tentare la traversata sui tetti dei treni o nelle gallerie autostradali.
E non sono mancati nemmeno gli sgomberi violenti di baraccopoli informali di migranti lungo i confini. Da Ventimiglia a Calais, passando per Idomeni.

La legislazione razzista e le aggressioni in Italia

Non si pensi, però, che la xenofobia e il razzismo europei siano solo una reazione istintiva e autoprotettiva ad un’emergenza. La legislazione ordinaria, infatti, è intrisa del medesimo razzismo istituzionale che abbiamo visto nella gestione migratoria.
Solo in Italia abbiamo la legge Bossi-Fini del 2002 che ha vincolato il permesso di soggiorno al lavoro, creando la clandestinità che diceva di voler combattere per migliaia di persone già inserite nel tessuto sociale.
A rincarare la dose è arrivata la legge Minniti-Orlando del 2017, che ha tolto un grado di giudizio nell’iter per il riconoscimento della protezione internazionale e cercato di trasformare il ruolo degli operatori dell’accoglienza in pubblici ufficiali e riaperto i Cie cambiando il loro nome in Centri per i Rimpatri (Cpr). Il tutto in una campagna propagandistica che criminalizzava le ong e tutte le forme di solidarietà.

Inoltre la legge Salvini del 2018, che ha smantellato l’accoglienza diffusa, promuovendo il modello concentrazionario in grandi centri forieri di tensioni e ha cercato di togliere il diritto alla registrazione anagrafica, da cui dipende l’accesso a servizi sanitari ed altri servizi.
Al contempo, nel nostro Paese è sistematicamente naufragata ogni flebile proposta per il riconoscimento dei diritti ai figli dei migranti nati in Italia (Ius soli) e la politica ha sempre approcciato l’immigrazione dei non-comunitari con politiche securitarie e di ordine pubblico.
Infine la recente regolarizzazione di braccianti e badanti contenuta nel Decreto Rilancio ha mostrato chiaramente come per lo Stato italiano i migranti possono avere diritti solamente se servono al mercato.

Sempre per restare in Italia, il razzismo si è manifestato anche in Italia, con attacchi dell’estrema destra a centri di accoglienza, barricate di cittadini contro la creazione di strutture di accoglienza, attentati e omicidi su base etnica.
Il 13 dicembre 2011 Gianluca Casseri, esponente neofascista, uccise due cittadini senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, a Firenze. Il 3 febbraio del 2018 a Macerata, l’esponente leghista Luca Traini aprì il fuoco e ferì sei migranti africani. Il 5 marzo 2018 il sessantaquattrenne Roberto Pirrone uccise a colpi di pistola l’ambulante senegalese Idy Diene. Il sindaco di Firenze Dario Nardella espresse scandalo per le fioriere divelte dalla comunità africana dopo l’omicidio. Il 2 giugno 2018 a San Ferdinando, in Calabria, venne ucciso a colpi di fucile Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista di origini maliane.

A ben vedere il problema del razzismo, delle discriminazioni e delle violenze nei confronti della comunità nera non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa. È comprensibile quindi che l’Unione europea abbia aspettato più di una settimana per commentare l’omicidio di George Floyd in Minnesota. I morti che ha sulla propria coscienza sono tali da non potersi esporre in modo chiaro e deciso contro il razzismo americano.