C’è chi dice che il fumetto in Italia è in profonda crisi e chi sostiene che invece è in rilancio con nuove (ma nemmeno troppo) forme di contaminazione letterarie. Chi ne vede il tramonto accelerato dal digitale e chi sostiene che le nuove tecnologie aiutano i processi produttivi.
Qual è il vero stato di salute del fumetto nel nostro Paese? Una domanda difficile a cui cercheremo di dare una risposta basandoci su alcuni dati e sul parere di chi segue da vicino questo mondo.

Fumetto in Italia: non esiste una rilevazione credibile del mercato

Il primo problema con cui ci si scontra quando si cercano di capire le dimensioni e l’andamento del mercato del fumetto nel nostro Paese è legato all’articolazione e alla complessità della sua distribuzione. A differenza di altri prodotti editoriali, infatti, non esiste una rilevazione univoca e credibile del giro di affari perché in Italia la vendita di fumetti si disperde diversi canali che non comunicano tra loro e si basano su sistemi di rilevazione diversi e parziali. Da un lato abbiamo le edicola, che sono ancora il principale canale distributivo per fumetti di “vecchio stampo”, ma grazie al graphic novel il fumetto sbarca sempre più in libreria; vi è poi la fumetteria, tempio degli appassionati, nerd e collezionisti; infine c’è il mercato delle piattaforme digitali, che complica ancora di più il discorso.

Cercando informazioni in rete sul mercato editoriale dei fumetti si incontrano dati contrastanti, proprio a causa dell’articolazione distributiva. Secondo alcuni dati, il fumetto ha visto un’impennata del 13.5% fra il 2005 e il 2011, a cui però è seguita una flessione, che in realtà ha coinvolto il mondo editoriale nel suo complesso. Sempre secondo gli stessi dati, nel 2017 è stato segnato +15% sull’anno precedente nel settore trade, anche grazie all’entrata in scena di nuovi protagonisti.
Incoraggianti sembrano anche i dati che collocano l’Italia al quarto posto nel mondo quanto a mercato del fumetto, ovviamente dietro ai colossi di Giappone (con un settore da 4 miliardi di euro), Stati Uniti (840 milioni) e Francia (459 milioni). Il fumetto nostrano, secondo queste stime, si attesterebbe almeno a 200 milioni di euro all’anno.

La crisi generale dell’editoria e la crisi specifica delle edicole

Gli ultimissimi dati sul mercato editoriale italiano in generale sono abbastanza incoraggianti. Il mercato del libro ha chiuso il 2018 con un fatturato di 3,17 miliardi di euro, in crescita del 2,1% rispetto all’anno precedente, consolidando il risultato del 2017 (+4,5%). Non si può dire che vada altrettanto bene a quotidiani e periodici, che nel 2019 nel complesso registrano il -8,4% (-9,7% il solo comparto dei periodici) consolidando un trend negativo in atto già da diverso tempo.
Accanto a questi dati, però, occorre segnalarne un altro molto rilevante: la crisi delle edicole.
Nel 2001 le edicole in Italia erano più di 36 mila, mentre nel 2017, dicono i dati delle Camere di commercio, ne erano rimaste appena 15.876, ma alla fine dello scorso anno quel numero era sceso ancora a 15.126.
“In quindici anni il numero delle edicole si è dimezzato – sottolinea ai nostri microfoni Paolo Gallinari, presidente di Anafi (Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione) – In Italia è dagli anni ’70 che si parla di crisi del fumetto, per cui potremmo considerare che si trova in crisi da cinquant’anni”.

La qualità del fumetto in Italia

In realtà, la produzione nel nostro Paese è vasta e composta sia da prodotti nostrani che da prodotti di importazione, soprattutto dagli Stati Uniti e dal Giappone.
E anche dal punto di vista professionale lo Stivale si difende nel contesto globale. “Abbiamo editori, autori e sceneggiatori molto validi – continua Gallinari – Addirittura la scuola Disney italiana è migliore di quella statunitense”.
Sarà anche per questo che “vecchie guardie” come Tex, che l’anno scorso ha compiuto 70 anni, ma anche Diabolik, Zagor e Dylan Dog continuano a vendere molto, anche se in una fascia più anziana dei lettori, quelli affezionati ai ricordi e ai personaggi della propria infanzia e giovinezza.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO GALLINARI:

Il “nuovo” fumetto italiano

Fin qui abbiamo affrontato il tema del fumetto nella sua forma storica, quella di albi settimanali o mensili, a cui Gallinari e Anafi sembrano essere più affezionati.
Da qualche tempo, però, c’è anche scena per così dire nuova, che ha rilanciato molto il settore nel nostro Paese. Da un lato c’è un nome su tutti: Zerocalcare. Basti pensare che il suo lavoro “Kobane calling” ha venduto nei primi otto mesi dalla pubblicazione più di 100mila copie.
Dall’altro c’è il settore del graphic novel, che vede una ricchissima produzione anche e soprattutto grazie a case editrici medio-piccole.

Nel 2017 il segmento composto da graphic novel, libri a fumetti, manga è cresciuto del +7,6%. Dati sottostimati perché, ancora una volta, non hanno considerato l’articolazione distributiva.
Quel che si può dire, però, è che la crescita sia dovuta in larga parte ad uno sdoganamento “culturale” del genere, ad una dimensione autoriale di un linguaggio narrativo che usa l’immagine per costruire una storia, ad alcuni alcuni fenomeni best-seller (come appunto Zerocalcare), alla qualità editoriale, di confezionamento e stampa.

Dopo tanti dubbi e poche certezze, quello che si può dire senza troppi margini di errore del fumetto made in Italy è che, all’interno del complesso e variegato mondo editoriale, nonostante tutto si difende. Certo, si parla ancora di una nicchia, o meglio di nicchie: una nicchia più anziana che consuma fumetti per affezione, una nicchia che apprezza la forma narrativa della graphic-novel per la capacità anche di fare inchiesta, una nicchia di appassionati di manga, e così via.
In ogni caso non temiamo di essere smentiti se affermiamo che il tramonto del fumetto è ancora molto lontano.