Se da un lato con la programmazione notturna, ho perso il “bello” della diretta (dovendo, per forza di cose, registrare ciascuna puntata in precedenza), ne ho senz’altro guadagnato in termini di libertà di programmazione, per cui, per la prima volta nella presente trasmissione, posso azzardare anche qualche titolo operistico, sia pure sempre rispondente ai criteri che mi sono imposto fin dall’inizio, continuando perciò ad esulare dalla “solita minestra” e partendo cronologicamente dal ‘900 in poi.

In attesa d’assaggi che spero più consistenti in futuro, partiamo perciò con un atto unico di un compositore veneziano, di formazione mitteleuropea, Ermanno Wolf-Ferrari (12 gennaio 1876 – 2 febbraio 1948), figlio del celebre pittore ebreo bavarese August Wolf e di Emilia Ferrari, notissima nei salotti veneziani per la sua avvenenza, contiguo cronologicamente ai suoi colleghi della “generazione dell’80”, ma più votato al recupero, da un lato, della tradizione dell’opera buffa nostrana, dall’altro influenzato dal tardoromanticismo di marca austrotedesca, approdando sovente ad una sorta di neoclassicismo d’una grazia quasi mozartiana, meno radicale però di quello stravinskiano, questo rilevabile nei suoi lavori d’impronta più brillante, mentre in quelli più drammatici mostra insospettate propensioni veristicheggianti unite talvolta ad influssi respighiani.

Talento musicale precoce, diviso per un certo periodo fra il dedicarsi alla pittura, sull’onda dell’esempio paterno e la musica, decidendosi alfine per quest’ultima col paterno beneplacito, è autore non solo di lavori teatrali (alcuni dei quali basati su commedie del suo conterraneo Carlo Goldoni), ma anche di pregevole musica sacra, sinfonico-corale, orchestrale, strumentale, da camera, vocale, fa parte di un gruppo di musicisti, insieme al triestino Antonio Smareglia ed al torinese Vittorio Gnecchi, i quali, nonostante la pregevolezza della loro produzione, sono caduti nel dimenticatoio o quasi, almeno dalle nostre parti. Forse l’essere di formazione mitteleuropea, al guado di 2 mondi, ovvero “troppo tedeschi per gli italiani e troppo italiani per i tedeschi”, gli ha in qualche misura nociuto (alcuni lavori di Wolf-Ferrari sono stati rappresentati sia in lingua italiana che tedesca), ma è proprio questo fattore a rendere i loro stili originali e degni di nota (almeno per Wolf-Ferrari c’è stato un certo risveglio videodiscografico, pur continuando ingiustamente a latitare nelle programmazioni degli enti lirici nostrani). – “Il segreto di Susanna”, il titolo forse più noto (relativamente) di Wolf-Ferrari, storia d’un marito geloso che alla fine scopre che la moglie fuma di nascosto, decidendo alfine di mettersi a fumare pure lui, è un atto unico su libretto di Enrico Golisciani, rappresentato per la prima volta in lingua tedesca (versione ritmica di Max Kalbeck), col titolo “Susannens geheimnis”, all’Hofoper di Monaco di Baviera, il 4 novembre 1909 (almeno secondo le note del libretto che accompagna il disco in mio possesso, poichè Wikipedia sposta la prima al Nationaltheater esattamente un mese dopo), prima italiana al Costanzi di Roma diretta da Toscanini nel 1911, è uno degli esempi più eloquenti del lato brillante, scintillante del compositore. Soltanto 3 i personaggi in scena, sull’evidente modello de “La serva padrona” di Pergolesi, ovvero la contessa Susanna, la giovanissima moglie, il conte Gil, il giovane consorte e Sante, il servo muto di mezz’età. Nel caso del personaggio di Susanna, stante il retroterra mitteleuropeo del musicista, mi riesce personalmente difficile non pensare che non ci sia qualche riferimento alla mozartiana Susanna de “Le nozze di Figaro”, tanto più che, nel corso dell’opera, affiora più volte un passaggio pianistico (la protagonista si diletta a strimpellare il pianoforte per passatempo) che mi avrebbe il sapore d’una reminiscenza mozartiana, anche se all’estensore delle note di commento del disco oggetto della puntata, farebbe pensare a Donizetti, bah!

L’edizione propostavi, registata agli Emi Studios di Londra, nel 1980, è di un livello difficilmente sorpassabile, potendo contare fra 2 autentici fuoriclasse come il soprano Renata Scotto ed il baritono Renato Bruson, con una Philarmonia Orchestra diretta da Sir John Pritchard, in autentico stato di grazia, un vero peccato che sia da troppo tempo, fuori catalogo!

—- Gabriele Evangelista —-