Era il 26 maggio quando i lavoratori della Fiac di Sasso Marconi sono stati investiti da una doccia fredda. La proprietà dell’azienda metalmeccanica annunciò un piano di trasferimenti della forza lavoro nello stabilimento di Torino. La Fiom Cgil di Bologna lesse il piano come un tentativo di “licenziamento mascherato“, dal momento che le governative durante la pandemia impedivano il licenziamento diretto dei lavoratori.
Nacque così una vertenza, che va avanti tutt’ora, e che il prossimo 16 luglio vedrà uno dei momenti topici, con uno sciopero di 8 ore e un tavolo in Regione.

Fiac, i cinquanta giorni di vertenza

Appresi i piani dell’azienda, i lavoratori hanno subito dato vita ad una mobilitazione, che si è articolata in diversi modi. Da un lato c’è stato il blocco delle merci in uscita dallo stabilmento di Sasso Marconi, con un presidio permanente che va avanti da allora. Dall’altro proprio i lavoratori Fiac hanno dato vita al primo corteo nel bolognese dopo il lockdown, sempre per scongiurare la chiusura dello stabilimento.
Con la mediazione delle istituzioni, Regione in primis, si giunse ad un accordo che fece riprendere la circolazione delle merci, in cambio di tavoli tecnici per trovare una soluzione.

Ieri, però, quell’accordo è stato sospeso, come spiega ai nostri microfoni Eugenio Martelli della Fiom Cgil di Bologna. “Ci è sembrato che la partecipazione della proprietà ai tavoli sia stata un modo per prendere tempo – osserva il sindacalista – In questi mesi non ha mai dimostrato di voler abbandonare il piano di trasferimenti che, anzi, ci ha detto essere nel cassetto da tempo”.
Di fronte a questa chiusura, dunque, è tornato il blocco delle merci e, per la giornata del 16 luglio, quando si svolgerà un altro tavolo in Regione, il sindacato dei metalmeccanici ha proclamato altre 8 ore di sciopero. Gli operai staranno in parte al presidio permanente presso l’azienda e in parte saranno sotto la sede della Regione.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD EUGENIO MARTELLI: