Un incredibile duo taglia il nastro dei grandi concerti del festival austriaco

Tutto è’ pronto a Saalfelden per i quattro giorni di agosto in cui la cittadina del Tirolo si appresta ad ospitare quello che forse è considerato il più’ blasonato dei festival jazz europei.

Secondo tradizione apre i battenti il concerto di piazza con il Titi Robin Trio, formazione che indaga sulle culture musicali mediorientali, dall’Irak al Magreb. Il gruppo denota buone qualità musicali, a partire dalla chitarra e dall’oud di Titi Robin, ben coadiuvato dal percussionista Keyvan Chemirani e dal balafon amplificato di Mehdi Nassouli, rielaborazione dell’antico strumento a corde del Senegambia qui agito a mo’di basso elettrico.

Ci si sposta la sera al Nexus, piccolo teatro degli Short Cuts, luogo delle performance dedicate ad un pubblico più’ ridotto. Arriva il trio austro/polacco/svizzero Hang Hem Hight, organico portatore di sound mixati da atmosfere country, beat rock & punk, situazioni elettroniche, tutti momenti rivissuti in un clima graffittistico e rimpastati dalle ance di Lucien Dubuis (tenor sax, bass & contrabbas clarinet). Il sapore timbrico è affidato agli accordi della chitarra basso di Bond ricco di riferimenti da vecchio west.

Il risultato raggiunge anche effetti gradevoli, peccato manchi la necessaria capacità’ esecutiva del gruppo nel giocare con i quadri musicali tratteggiati.

E’ col secondo set della serata che il festival ci regala il primo grande momento di musica.

In scena vanno Marc Ribot e Nels Cline impegnati in un duo per chitarre.

Non è un mistero che siamo di fronte a due maestri dello strumento, ma è altrettanto cosa nota che a volte nel “super gruppo”  la somma dei fattori non corrisponde al totale del risultato. Qui invece l’addizione si fa moltiplicazione e l’ensemble si fonde in un interplay eccezionale, in una improvvisazione dove i momenti concordati sono evidentemente pochi ma che sa svilupparsi  regale senza cadere in vuoti creativi, sapendo costruire via via situazioni di musica totale,con  suggestioni impressionistiche, rivisitazioni swing, escursioni nell’ambiente dell’informale novecentesco, classiche situazioni rock, tutto condito con grande e sapiente riconoscimento del blues.

A guidare il viaggio è Marc Ribot, che anche questa volta dimostra tutta la sua incredibile classe, capace di affrontare ogni genere possibile del suo strumento, senza mai compiacersi in scale funamboliche da specchio delle vanità. Gli risponde perfettamente Nels Cline che sorregge e commenta ogni passaggio con delicatezza o potenza, a seconda delle necessità creative.

Il primo tratto è caratterizzato dall’uso delle chitarre acustiche, mentre la parte finale vede entrare prepotentemente quelle elettriche, in un crescendo elettronico che pare portare in sale arie ancestrali della jungla per poi sfociare magicamente in un esplosione di classicissimo rock eseguito a livelli dirompenti. Una musica che sa parlare al cervello, ma innanzitutto ti colpisce al cuore. Ottimo abbondante per una serata che si conclude con il giusto tributo del pubblico. Poi tutti a dormire e l’ultimo chiuda la porta.