Uno dei fenomeni che non ha subito stop nemmeno durante la pandemia è la violenza di genere. Le pagine dei quotidiani sono purtroppo pieni di notizie di femminicidi e molte polemiche hanno suscitato la settimana scorsa le parole della giornalista Barbara Palombelli. Nel suo salotto televisivo che mette in scena un’aula di tribunale, Palombelli si è domandata se le cause delle tante uccisioni di donne da parte di compagni, mariti e parenti non siano da ricercare anche nell’esasperazione che gli uomini avrebbero maturato nella relazione.

Violenza maschile, il lavoro del centro per uomini maltrattanti

Attorno alle parole della giornalista si è scatenata una bufera, perché sono sembrate scaricare sulle vittime almeno una parte della responsabilità della condotta violenta degli uomini. Eppure sul tema esistono numerosi studi accademici e l’esperienza sul campo di decine di centri antiviolenza, tra cui alcune esperienze che prendono in carico uomini maltrattanti.
Una di queste è il centro Senza Violenza di Bologna, che ha aperto i battenti nel 2017 e finora ha preso in carico un centinaio di uomini.

«Il modo in cui si comunica la violenza è molto importante perché è parte del problema stesso – osserva ai nostri microfoni Paolo Ballarin, co-presidente di Senza Violenza – e a seconda di come viene comunicato può alimentare la violenza stessa o contribuire a risolverla».
In particolare c’è un problema culturale di rappresentazione della violenza sulle donne che è espressione di una cornice sociale di stampo patriarcale, la quale rappresenta il maschile e il femminile non in una posizione paritaria.

È proprio all’interno di questa cornice patriarcale che la violenza viene o esplicitamente legittimata attraverso dei meccanismi di negazione o, quando ha delle forme cruente come la violenza sessuale e il femminicidio, vengono messi in atto, sia dall’autore di violenza che della società, altri meccanismi. Tra questi troviamo la minimizzazione, ma anche la psicologizzazione, cioè sostenere che l’autore sia “fuori di testa”, che portano a deresponsabilizzare chi ha agito la violenza. Fino alla colpevolizzazione della vittima e l’analisi dei suoi comportamenti o del suo abbigliamento, che in qualche modo avrebbero favorito la reazione violenta.

«Invece è possibile un altro modo di approcciare la violenza, di comunicarla e di trattarla, come facciamo nel nostro centro – prosegue Ballarin – Un modo che metta invece al centro dell’attenzione la responsabilità di chi ha agito la violenza, perché solo con questo passaggio diventa possibile un cambiamento, sia nel singolo uomo che un cambiamento di paradigma e di rappresentazione».
Nei casi che il centro Senza Violenza ha affrontato emerge che il problema è indubbiamente complesso e non da banalizzare attraverso racconti semplicistici come quelli che fa molta stampa, ma che soprattutto affonda le radici in cause di tipo culturale, sociale e politico.

Ogni uomo maltrattante, poi, ha una storia a sè e le cause contingenti hanno a che fare con la singola persona, il suo vissuto e il modo in cui riesce a gestire quella relazione, le emozioni, le frustrazioni e i conflitti che vi si generano, ma sempre all’interno di una cornice culturale e sociale ben precisa, che gli conferiscono un’eredità culturale diversa.

«Le parole di Palombelli riprendono un pensiero comune, cioè che se accade qualcosa di così grave certamente anche la donna avrà delle responsabilità – osserva Giuditta Creazzo, presidente di Senza Violenza – Parole che evidenziano una mancanza di riflessione critica».
Per Creazzo, lo scatto di cambiamento è quello di cominciare a dire molto chiaramente che la violenza è una responsabilità maschile e che la prevenzione sta anzitutto sulle spalle degli uomini, «perché altrimenti torniamo al movimento principe del patriarcato che scarica la responsabilità sempre sulle donne».
In sostanza, serve paradossalmente un ritorno di sovranità di sè stessi degli uomini, che il patriarcato ha sottratto loro.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PAOLO BALLARIN E GIUDITTA CREAZZO:

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