Il femminicidio di Maria Paola Gaglione da parte del fratello e l’aggressione di quest’ultimo ai danni del compagno trans della donna, Ciro Migliore, sono aggravati, se possibile, dalla narrazione che i mass media italiani ne hanno fatto.
Il fatto, avvenuto a Caivano, in provincia di Napoli, è stato raccontato da giornali e televisioni del nostro Paese in modi imprecisi, raffazzonati, arrivando ad un vero e proprio misgendering, cioè con riferimenti a una persona transgender con termini relativi al modo in cui erano identificati prima della transizione.

Cosa produce questo racconto? Perché i mass media italiani continuano a sbagliare e mancare di rispetto alle persone trans nel racconto della realtà? A cosa è dovuta questa “disattenzione”?
Tutte domande che abbiamo girato ad Antonia Caruso, attivista trans-femminista ed editrice di Edizioni Minoritarie.

Giornalismo e transfobia: un problema enorme

“L’impressione che mi ha fatto il racconto dei media italiani è orrenda, come al solito – osserva Caruso ai nostri microfoni – ancora una volta è stata misgenderata una persona trans, dicendo che la relazione che Ciro aveva con Maria Paola era una relazione gay, partendo dal presupposto che lui fosse una donna. La stampa è talmente incapace di dire le cose bene che non ha nemmeno detto che era una relazione lesbica. Addirittura ho letto che si trattava di una ‘relazione lgbt’, che di fatto non vuol dire niente, perché unisce varie soggettività”.

In alcuni resoconti, inoltre, la relazione tra Ciro e Maria Paola è stata descritta come “un’amicizia”, declassando il rapporto sentimentale tra le due persone. “È una modalità che ci arriva dagli anni ’80, quando si usavano eufemismi per parlare di cose considerate tabù”, continua l’attivista.
Più in generale, c’è un grande problema del giornalismo italiano nella rappresentazione sia delle relazioni non etero, sia nella rappresentazione delle persone trans. “La stampa si interessa delle persone trans solo quando fa colore, quando ci sono delle storie di cronaca nera o di riscatto”, sottolinea Caruso.

Il giornalismo non è il solo ad avere problemi. Da mesi è bloccata in parlamento la legge Zan contro l’omolesbobitransfobia, che la stessa stampa spesso semplifica in legge contro l’omofobia. “Ciò significa rimuovere la lesbofobia, che è una forma di odio misogino, così come lo è la transfobia nei confronti di donne trans”. Una complessità che, rimossa o semplificata, non può certo portare ad una comprensione da parte della cittadinanza

Un problema di contrappesi

“Eppure il giornalismo italiano si impegna nel raccontare i movimenti internazionali – sottolinea l’editrice – non si capisce perché non impari le cinque cose da sapere nel parlare di persone trans”.
Si tratta di un problema ideologico o di un problema culturale e di preparazione di giornalisti e giornaliste?
“L’impreparazione del giornalismo italiano non riguarda solamente la popolazione lgbt, ma qualunque persona che non sia bianca o etero – sottolinea Caruso – La spiegazione che mi do io è che sia più facile parlarne male, non essendoci la famosa ‘lobby gay’ che faccia un’azione di contrasto.

Proprio su quest’ultimo punto si concentra la riflessione dell’attivista trans-femminista. “Dobbiamo fare qualcosa per cambiare questo modo di rappresentazione – conclude – Finché non diventa un problema, anche a livello economico, magari facendo diminuire gli introiti, per il giornalismo italiano la rappresentazione sbagliata delle persone trans non diventerà mai un problema”.

Il crowdfunding per Ciro

Nel frattempo sulla piattaforma Gofundme è stato lanciato un crowdfunding a sostegno di Ciro Migliore. A lanciarlo è stata una cittadina, Martina Farolfi, che si è detta “sconvolta dall’atrocità che Paola e Ciro hanno dovuto subire, una ragazza e un ragazzo colpevoli solo di essere innamorati”.
Si tratta dunque di un gesto spontaneo che, come precisa la promotrice, “speriamo che questo aiuto sia accettato. Nel caso di rinuncia verranno restituite ai donatori oppure devolute ad associazioni che aiutano la comunità trans”.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANTONIA CARUSO: