Se non ci fosse stata la domanda diretta di una giornalista il presidente del Consiglio non ne avrebbe nemmeno parlato, eppure il problema è concreto. La fase 2 presentata in conferenza stampa da Giuseppe Conte sembra scaricare ulteriormente il costo, anche economico, dell’emergenza sulle famiglie.
Il problema è rappresentato dalla riapertura di molte attività produttive ma non delle scuole o di altri luoghi dove i genitori possano lasciare i figli per recarsi al lavoro. Gli strumenti messi in campo dal governo – il bonus baby sitting e i congedi parentali straordinari – sono assolutamente insufficienti per coprire il tempo che i genitori dovrebbero trascorrere fuori da casa.

Fase 2: la petizione dei genitori

Già alcuni giorni prima dell’annuncio del premier sulla fase 2, un gruppo di genitori ha lanciato una petizione intitolata “Aziende aperte e scuole chiuse: il governo affronti ora il problema delle famiglie”. Lunedì mattina sono già più di 25mila le adesioni alla petizione.
Nel testo, i promotori affermano che la situazione che si è configurata è “inaccettabile e contraria al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della nostra Costituzione: esigiamo risposte dalla politica, adesso. Non impegni vaghi per il futuro anno scolastico, ma che adesso ci si occupi di famiglie e bambini perché dal 4 maggio i problemi emergeranno in tutta la loro urgenza”.

Nella petizione si sottolineano anche gli impatti educativi e psicologici che la situazione produce sui bambini e vengono avanzate cinque richieste: l’apertura di una discussione pubblica sul tema della scuola, di fornire una letteratura scientifica e di supporto sulla quale basare il rinvio delle scuole, soluzioni per quei genitori che devono rientrare al lavoro, di dare un segnale a tutte quelle famiglie in difficoltà che hanno figli che soffrono di qualche patologia e che per questo frequentano centri alternativi e di occuparsi di nidi e strutture che, con la chiusura prolungata, rischiano il fallimento.

“Il governo ieri ci ha detto tacitamente di fare affidamento sui nonni, che fino a ieri erano considerate le persone più fragili, al punto da giustificare il lockdown – osserva ai nostri microfoni Francesca Sensi, una delle promotrici della petizione – Ancora una volta si è esclusa la riapertura delle scuole, magari con insegnanti che hanno effettuato un test sierologico, che mantengono il distanziamento sociale e che lavorano in spazi con le opportune misure di sicurezza”.

Il rischio per l’occupazione femminile

Pochi giorni fa vi avevamo riportato l’analisi di quattro avvocate dello Studio Legale Associato sul rischio di una fuoriuscita dal mercato del lavoro delle donne. Un rischio concreto se si considera che il lavoro di cura, in Italia, è ancora ampiamente scaricato sulle spalle delle donne, che oltre all’attività lavorativa spesso assolvono interamente anche la gestione dei figli o dei parenti anziani e non autosufficienti.
La scarsa presenza femminile nella task force presieduta da Vittorio Colao, che era stata sollevata ai tempi della nomina, comportava proprio i rischi che ora si concretizzano.

Una particolare attenzione, poi, meritano le famiglie monogenitoriali, i cui margini di organizzazione nella gestione dei figli sono ancora più stretti.
Il rischio concreto è che queste famiglie non riescano nemmeno più a provvedere alla propria sussistenza e la risposta del governo non può essere, come quella che appare tra le righe e oltre i toni concilianti di Conte in queste ore, “arrangiatevi”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCA SENSI: