Non si è ancora insediato, ma uno dei primi dossier che il governo Draghi troverà sul proprio tavolo è piuttosto scottante e riguarda l’ex-Ilva di Taranto, ora Arcelor Mittal. Una questione mai risolta, la cui gestione ha contrapposto salute e lavoro anticipando lo scenario globale creato poi dalla pandemia.
Negli ultimi giorni, in particolare, è arrivata una sentenza del Tar di Lecce che chiede di chiudere entro due mesi l’area a caldo dello stabilimento per i rischi per la salute che essa comporta. Non più tardi di ieri, però, Confindustria ha chiesto al governo di disattendere la pronuncia dei giudici.

Ex-Ilva, un dossier che metta alla prova il nuovo esecutivo

Sono un centinaio i chilometri che dividono il neo-ministro alla Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, dallo stabilimento che da molti anni affligge la popolazione di Taranto. Cingolani, infatti, è nato a Bari, nella stessa regione dell’acciaieria e, se volesse, potrebbe prendere la parola sulla questione, dal momento che la conversione ecologica è un’idea mai presa sul serio fino a questo momento e che, al contrario, darebbe un messaggio simbolico e concreto verso la transizione ecologica.

Sul finire della settimana scorsa il Tar di Lecce, attraverso una sentenza, ha chiesto ad Arcelor Mittal di spegnere l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto entro 60 giorni. La sentenza, contro la quale l’azienda ha annunciato immediato ricorso al Consiglio di Stato, arriva ad un anno di distanza dall’ordinanza sulle emissioni del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, che imponeva alla multinazionale di individuare e rimuovere entro 30 giorni le criticità ambientali e di provvedere nei successivi 30 giorni, in difetto di adempimento, alla chiusura degli impianti inquinanti.

Ieri, però, Confindustria ha già tirato per la giacchetta il nuovo governo. «Evitare lo spegnimento del ciclo integrale a caldo dell’ex Ilva – ha chiesto l’associazione degli industriali – Interrompere la produzione e la fornitura dell’acciaio prodotto a Taranto mette in seria difficoltà le intere filiere della manifattura italiana che ne hanno necessità».
Una richiesta a cui fa eco la stessa proprietà, che ieri ha sostenuto che la fermata forzata degli impianti «senza la disponibilità di una stazione di miscelazione azoto e metano, non permetterebbe la tenuta in riscaldo dei forni e ne conseguirebbe il loro crollo e quindi la distruzione dell’asset aziendale di proprietà di Ilva in Amministrazione Straordinaria».

«La sentenza del Tar è molto dettagliata – racconta ai nostri microfoni Francesco Rizzo di Usb – In sostanza è una cronistoria in cui ricostruisce i nove anni dell’ex-Ilva e sancisce il fallimento della politica, che pure poteva prevedere un piano per la riconversione dello stabilimento».
Ora il sindacato chiede che si attivi un accordo di programma che metta nelle condizioni la città di Taranto di andare oltre quella fabbrica. «Quello che sta avvenendo da dieci anni a questa parte – continua il sindacalista – dimostra che quello stabilimento sia arrivato alla fine».

In particolare, nel corso del tempo Usb ha presentato diverse relazioni al governo, in cui dimostrava come la produzione stesse calando, gli operai in cassa integrazione stessero aumentando, mentre diminuivano il numero degli occupati.
«Anche in quest’ottica noi ci saremmo aspettati dalla politica un progetto che mettesse nelle condizioni la città di svoltare – aggiunge Rizzo – Sappiamo che ci vogliono degli anni, però la politica tutto questo tempo ce l’ha avuto». Tra occupati diretti e indotto, in ogni caso, l’ex-Ilva interessa una forza lavoro che coinvolge 15mila persone.

La decarbonizzazione mai decisa e i progetti inesistenti

Anche il governo uscente, al pari dei precedenti, non ha saputo fornire per l’ex-Ilva una soluzione, la quale passa inevitabilmente per una decarbonizzazione dell’impianto.
La stessa sentenza del Tar evidenzia come l’equilibrio tra salute ed economia, in presenza di forni che funzionano a carbone, venga assolutamente meno, dal momento che quel sistema di alimentazione ha l’unico scopo di massimizzare i profitti.

Tra le proposte avanzate dal governo uscente c’era quella dell’installazione di forni elettrici, ma ciò che denuncia Usb è che nessuno ha mai prodotto un piano scritto su cui discutere, né sono stati coinvolti gli enti locali e le parti sociali.
«Anche oggi siamo arrivati ad un progetto che il governo ha presentato a voce – sottolinea Rizzo – Noi sappiamo che c’è l’entrata dello Stato nel capitale di Arcelor Mittal, ma non abbiamo letto uno straccio di documento e non sappiamo né dove, né come, né quando si faranno mai i forni elettrici. Non sono sicuro che ci sia un piano sulla decarbonizzazione dell’Ilva come ci ha raccontato negli ultimi dodici mesi il governo uscente. Anzi, la sensazione è che si sia tirato a campare. E quelli attuali sono i risultati purtroppo».

Tuttavia, il sindacalista non ha aspettative positive nemmeno sul nuovo governo. «Noi avevamo comunque un sottosegretario che fungeva da punto di riferimento a Taranto – sottolinea l’esponente di Usb – L’abbiamo perso e al sud praticamente non abbiamo ministri, io purtroppo ho la brutta sensazione che sia un governo a trazione nordista e che non affronti i problemi del mezzogiorno, tra i quali uno di quelli più grossi è proprio la questione ex-Ilva di Taranto che continua purtroppo ad ammazzare le persone».

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO RIZZO:

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