Mentre sui giornali mainstream il coro della ripresa e della crescita del Pil è pressoché unanime e, semmai, i riflettori sono puntati sulle difficoltà che l’entrata in vigore del Green Pass produrrà, si susseguono le notizie che riguardano vertenze nel mondo del lavoro. Non passa giorno senza la proclamazione dello stato di agitazione di lavoratrici e lavoratori di imprese private e pubbliche, che guastano la propaganda sulle capacità del governo Draghi e sull’efficacia delle sue politiche.
Oltre alla vertenza della Gkn, che è riuscita a strappare un minimo di attenzione dei media, quotidianamente centinaia di lavoratrici e lavoratori rischiano il posto, vivono sulla propria pelle lo sfruttamento o ricevono salari da fame.

Stato di agitazione, le vertenze nel territorio bolognese

Nel bolognese, solo negli ultimi due mesi, sono stati 200 i posti di lavoro andati in fumo nel solo settore della logistica. A fare la conta di quante persone hanno perso il posto nei magazzini della nostra provincia, tra la vertenza Logista, quella Nexive e altre ancora, è stato Tiziano Loreti dei Si Cobas durante lo sciopero generale dei sindacati di base che si è svolto ieri.
Uno sciopero che, a livello nazionale, ha riguardato più di un milione di lavoratrici e lavoratori, ma che viene raccontato poco e male sulla stampa nazionale, spesso confondendo la protesta contro le politiche di Draghi come manifestazioni di No Green Pass o No Vax.

Nella sola giornata di ieri e solo nel nostro territorio è stato proclamato lo stato di agitazione in tre diversi contesti lavorativi. Da Carrefour, la catena della grande distribuzione che ha proclamato 615 esuberi (che potrebbero salire a 800) a livello nazionale e che in Emilia-Romagna rischiano di far perdere almeno 15 posti di lavoro, ai metalmeccanici attivi nei servizi di assistenza per alcuni ospedali bolognesi, che fanno turni massacranti e non vedono rispettati i propri diritti. Fino a un centinaio di operatrici in appalto dei servizi per l’infanzia che lavorano nei nidi dell’Unione Reno-Galliera che si sono viste tagliare i premi di produzione nel nuovo bando di gara.

Carrefour, esuberi nonostante la crescita della Gdo

Dopo gli allarmi dei giorni scorsi per l’anuncio di 615 esuberi a livello nazionale, 15 in Emilia-Romagna, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs dichiarano lo stato di agitazione di tutto il personale di Carrefour in Italia.
Il piano del colosso francese della grande distribuzione non convince i sindacati. «Sono stati dichiarati 615 esuberi senza alcuna indicazione circa i criteri adottati dall’azienda per giungere a tale quantificazione», spiegano le sigle del commercio. Inoltre, «è stata annunciata la scelta di cedere in franchising 106 punti vendita, omettendo quali saranno i negozi da dismettere e bypassando un confronto di merito in ordine alle garanzie ed alle tutele per i lavoratori» impiegati nei punti vendita oggetto della dismissione, segnalano Filcams, Fisascat e Uiltucs.

Infine, «non è stato fornito alcun piano di rilancio convincente sulla rete vendita diretta, poiché ciò che Carrefour chiama sviluppo consiste unicamente nella programmazione di nuove attività affidate in gestione ad aziende terze ed in un’ennesima procedura di licenziamento collettivo che si aggiunge a precedenti interventi che hanno ridotto l’organico diretto e peggiorato le condizioni di lavoro», concludono i sindacati, che chiedono che alla ripresa del confronto l’impresa dia risposte concrete a tutela dell’occupazione e delle condizioni di lavoro.

«Stiamo parlando di un’azienda che fa fatica a stare sul mercato – spiega ai nostri microfoni Samuele Gatto della Filcams Cgil – perché a fronte di un settore che l’anno scorso è cresciuto, quest’azienda ha perso quote di mercato. Crediamo che il problema non sia da ricondurre al costo del lavoro, ma sia da attribuire ad una scarsa politica commerciale che sono in grado di mettere in campo».

ASCOLTA L’INTERVISTA A SAMUELE GATTO:

I turni massacranti dei manutentori metalmeccanici degli ospedali

Turni massacranti, reperibilità impossibile da coprire con poco personale, datori di lavoro che, applicando i contratti “à la carte”, scelgono quali diritti riconoscere.
È la situazione che vivono i manutentori metalmeccanici in servizio negli ospedali di Bologna. L’allarme è della Fiom-Cgil, che porta alla luce una situazione caotica. Il sindacato, in particolare, sta seguendo da tempo due situazioni che riguardano i manutentori termoidraulici dell’Ospedale Maggiore e i lavoratori addetti alla manutenzione delle apparecchiature biomedicali ed elettromedicali del Sant’Orsola e del Rizzoli.

Al Maggiore la Fiom segnala un problema di «sottorganico tale da compromettere livelli di servizio e diritti dei lavoratori». Gli addetti al cantiere, infatti, ormai da lungo tempo, devono sopportare turni massacranti, soprattutto a causa di una reperibilità d’emergenza che li costringe a interventi continui, concentrati durante le ore notturne e nel fine settimana, che non permettono il godimento dei riposi giornalieri e settimanali, e che portano al superamento delle soglie di lavoro straordinario previste dalla legge.

«Questi lavoratori finiscono il turno, attaccano la reperibilità e vengono chiamati alle 3 o alle 4 di notte per interventi urgenti, perché gestiscono la climatizzazione anche della banca delle cornee o delle sale operatorie e del Pronto Soccorso all’ospedale Maggiore – sottolinea Stefano Biosa della Fiom di Bologna – Quindi finiscono il loro turno, vanno a lavorare di nuovo di notte e alla mattina alle 7 devono riprendere a lavorare come se niente fosse».

L’appalto, gestito da Rekeep, subentata dopo il fallimento della Olicar servizi avvenuto nel 2019, ha una storia travagliata, ma «costantemente caratterizzata da una carenza di personale comune a tutti i gestori che si sono susseguiti e che ci fa pensare che esista un problema strutturale che richieda l’azione della committenza», sostiene la Fiom, che spiega di essere intervenuta più volte a tutela dei lavoratori, ma anche per garantire la piena funzionalità del servizio, alla luce della delicatezza delle attività gestite dai lavoratori.
Anche in questo caso si è resa necessaria la proclamazione dello stato di agitazione.

ASCOLTA L’INTERVISTA A STEFANO BIOSA:

Quando a sottopagare è il pubblico: la vertenza nell’Unione Reno-Galliera

Sono un centinaio le operatrici dei servizi per l’infanzia impiegate in appalto nei Comuni dell’Unione Reno-Galliera. E giusto ieri la Fp-Cgil ha proclamato lo stato di agitazione. Il problema è sorto quest’estate, quando l’Unione ha pubblicato un bando di gara che non comprende al suo interno due aspetti qualificanti contenuti in un accordo fra Unione e Fp-Cgil che risale al 2015. In particolare nell’accordo di sei anni fa si era pattuito di implementare il monte ore non frontale del personale e, soprattutto, di incentivare il personale con la precisa finalità di ridurre il differenziale economico fra personale di cooperativa e dipendenti pubblici impegnati in servizi analoghi.

«Ciò è avvenuto dal 2015 ad oggi e l’accordo non è mai stato disdettato», osserva ai nostri microfoni Simone Raffaelli della Fp-Cgil. Dal 2015 al 2020 le lavoratrici delle cooperative Società Dolce, Cadiai e Open Group impegnate sul territorio hanno ricevuto un trattamento migliorativo anche dal punto di vista economico, pari ad alcune centinaia di euro l’anno.
«All’inizio dell’estate abbiamo constatato come nel nuovo bando di gara non ci fosse più traccia delle previsioni di questo accordo – continua il sindacalista – Nonostante i vari tentativi di provare a trovare un punto d’incontro con l’Unione, dopo diversi mesi sembra che non ci sia la volontà di recuperare i soldi per l’incentivo delle lavoratrici».

ASCOLTA L’INTERVISTA A SIMONE RAFFAELLI:

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