La consapevolezza che potesse succedere era nota almeno dal dicembre 2018, quando il presidente statunitense Donald Trump annunciò il ritiro delle truppe dalla Siria. Fin dall’inizio era chiaro che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati i curdi del Rojava. Nella giornata di ieri Trump aveva tweettato che gli Stati Uniti se ne sarebbero andati “via da quelle guerre ridicole”. Le immagini dei blindati americani che lasciavano il Nord della Siria avevano confermato il ritiro. Già nella serata di ieri è però arrivato il dietrofront di Trump, che ha annunciato di poter “annientare l’economia turca” se decide di fare qualcosa di “off limits”. Una dichiarazione che suona però come una tattica, neanche tanto occulta, per mettersi al riparo dalle critiche che sta ricevendo, dal momento che la Turchia ha già iniziato ad attaccare la regione nord-orientale siriana al confine con l’Iraq, un corridoio vitale per i rifornimenti militari e logistici delle forze curdo-siriane.

Il sostanziale via libera concesso da Trump a Erdogan all’invasione rischia di tramutarsi in una carneficina di curdi, considerati dal regime turco come “terroristi” nonostante siano stati un avamposto fondamentale per la lotta all’Isis. E un’ulteriore conseguenza dell’operazione turca potrebbe essere proprio favorire il ritorno di Isis nell’area. L’obiettivo, oltre alla distruzione del Rojava, sarebbe quello di creare una zona cuscinetto in cui trasferire i profughi trattenuti in Turchia per effetto del “accordo della vergogna” siglato con l’Unione europea. Dei possibili sviluppi di questa operazione abbiamo parlato con Giuseppe Acconcia, docente dell’Università di Padova, che ci ha spiegato come ciò che è successo fosse già nell’aria fin dal 2015, quando la Turchia decise di voler creare una zona cuscinetto nel Nord della Siria. “I nazionalisti turchi sono terrorizzati dalla possibilità che si crei una regione autonoma di Rojava che sia l’inizio della costruzione di uno stato curdo” ci ha spiegato Acconcia.

“La Turchia punta a costruzione una zona libera nel Nord, che secondo le dichiarazioni di Erdogan servirà a far tornare a casa milioni di rifugiati siriani che si trovano in territorio turco, ma che in realtà servirà soltanto a far diventare i curdi una minoranza, privandoli del diritto di avere uno stato autonomo” continua Acconcia. “Il primo effetto del ritiro di Trump sarà quello di lasciare carta bianca alla Turchia, che ha promesso in cambio di prendere in custodia dodicimila combattenti dello Stato Islamico che non vuole nessuno”.

Negli Stati Uniti, come già accennato, Trump ha ricevuto aspre critiche riguardo la sua decisione, anche dagli stessi membri del Partito Repubblicano. Abbiamo chiesto a Giuseppe cosa ne pensi invece l’opposizione turca di quest’alleanza dello Stato con gli Usa, e se è possibile che questa mossa di Erdogan, attuata in questo momento, abbia attinenza con la diminuzione di consensi di cui sta attualmente godendo la sua politica in patria. “Possiamo dire che questo attacco arriva dopo la perdita di Erdogan di molti comuni strategici alle scorse elezioni. Teme di perdere consensi e agisce con la tecnica della guerra, che poi evidentemente è sempre stata la sua tecnica”.

A livello delle opposizioni politiche turche, esse “sono estremamente deboli. La più importante è quella del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), i cui leader, figure importanti nel panorama politico filo-curdo, si trovano entrambi in prigione (assieme a decine di parlamentari curdi) per le loro critiche alla fallacia delle politiche di Erdogan. L’altro gruppo di opposizione, i Repubblicani (Chp), ha sempre assunto un atteggiamento di opposizione soft, e anche in questo caso non sta andando molto oltre la critica”.

Sara Spimpolo

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