Il mondo ha fatto a meno di tutte le singole persone tra il pubblico per un ora e mezza e, su invito di Silvio Orlando, anche i e le presenti all’Arena del Sole hanno fatto a meno del mondo per un ora e mezzo immergendosi completamente nella narrazione de “La vita davanti a sé” riduzione, ad opera dello stesso attore e regista, dal romanzo di Roman Gary ambientato nella Belleville multietnica del 1970.

Spenti i telefoni su sollecitazione, durante il divertente prologo dello spettacolo, a sipario chiuso, della sola voce di Orlando, sulle note di “Padam… Padam” di Edith Piaf è iniziato il racconto della storia di Momò, bambino arabo lasciato a vivere con Madam Rosa in una specie di pensione per “figli di puttana” insieme ad altri piccoli di varie nazionalità e religioni.

All’epoca, in Francia, le ragazze madri prostitute, per legge, non potevano allevare e tenere con sé i propri bambini che venivano lasciati con altre donne dietro pagamento di un vaglia mensile. Madam Rosà, vecchia puttana ormai ritiratasi, è una di queste donne che si prende cura, per interesse, di questi piccoli abbandonati, dispensando qualche carezza e tante minacce di mandarli al brefotrofio. Silvio Orlando narra la storia di Momò, del suo spasmodico bisogno di essere notato dagli adulti per avere la loro attenzione, foss’anche attraverso uno schiaffo o dei rimproveri. Con la speranza he arrivi la madre a sgridarlo fa la cacca in giro per casa, poi rubacchia nel quartiere scegliendo sempre negozi che abbiano donne come proprietarie quasi potessero diventare sostitute di una madre mai avuta e come tali possano punirlo accorgendosi di lui. Invece degli attesi schiaffi per l’uovo rubato, Momò è così carino e dolce da riuscire ad avere in cambio solo un complimento e un altro uovo.

Silvio Orlando racconta con delicatezza una storia facendone tutte le parti: con estrema semplicità diventa Madam Rosà che è ebrea e vive nella paura del ritorno dei tedeschi, di essere riportata al Velodromo con la valigia e pochi effetti personali e da lì nuovamente nei campi di sterminio; poi diventa Madam Lolà, la trans del 4° piano, senegalese ed ex pugile, che lavora al Bois de Boulogne e che ama i dischi di pop francese; è il dottore che visita Momò con attenzione facendolo sentire importante, finalmente al centro dell’attenzione di qualcuno, ed è al contempo tutti gli altri personaggi che ruotano attorno alla casa di Madam Rosa entrando nella vita di Momò.

A completare il racconto di questo quartiere multietnico di Parigi c’è la musica suonata dal vivo dall’Ensamble dell’Orchestra Terra Madre. Tema conduttore è “Padam… Padam“, mescolato poi a brani klezmer e a musica araba e del centr’Africa, mentre il pop francese arriva da un vecchio 45 giri suonato e risuonato, come terapia contro ogni tristezza, dal mangiadischi di Madam Lolà.

Ogni frammento del racconto è un’emozione che arriva fortissima provocando ora riso, ora pianto.Si percepisce l’urgenza che Silvio Orlando aveva di realizzare questo spettacolo, di far conoscere questo romanzo di Gary e di far parlare all’uscita ogni spettatore e spettatrice di convivenza tra culture, di solidarietà tra poveri, di bambini abbandonati e di puttane.

In questo mondo egoista in cui solo di facciata si fanno canti dal balcone e si lancia la solidarietà al vicinato, Silvio Orlando chiude lo spettacolo con le ultime parole del romanzo che invitano a imparare ad amare chi ci sta accanto, anche quando sembra troppo diverso da noi: “Bisogna voler bene!”. Momò voleva bene a quella vecchia puttana che da donna accudente si è trasformata poi in donna da accudire nella malattia e per questo le ha tenuto la mano nella dipartita truccandola e ricoprendola del suo profumo preferito. Momò si è fatto infine voler bene dalla bella doppiatrice venticinquenne Nadine che lo porta in campagna con sé e con i propri biondissimi figli iniziando una nuova vita alla morte di Madam Rosa.

Quando il teatro sgorga dall’urgenza di narrare una storia, bastano davvero quattri seggioline, una luce ben piazzata e una simbolica e deliziosa scenografia, come quella realizzata per questo spettacolo da Roberto Crea, per far piovere applausi ad investire chi, sul palco, con semplicità e umiltà si è speso per smuovere le emozioni e le coscienze.

Generosamente e con grande divertimento Silvio Orlando e i suoi musicisti regalano anche un bis all’uditorio in forma di brani musicali capaci di raccontare il mescolarsi e il sedimentarsi nella nostra memoria uditiva di tante diverse tradizioni sonore così come la storia appena udita ha narrato la capacità umana di relazionarsi con persone di culture, provenienze, generazioni differenti.

Nel finale Kaw Sissoko suona una spledida Kora finemente decorata, Maurizio Pala imbraccia la fisarmonica, Simone Campa alla chitarra e Gianni Denitto, se non ricordo male, lascia il clarinetto e il sax precedentemete suonati e va alle percussioni, mentre Silvio Orlando suona il flauto traverso prendendosi una piccola rivincita sul se stesso ragazzino che non è riuscito a fare della musica la sua professione. Il pubblico batte il tempo sciogliendo l’emozione accumulata durante la narrazione sulle note di una ritmata “Gam Gam”.

Lo spettacolo ha entusiasmato spettatori e spettatrici, gli applausi non si riuscivano a fermare per ringraziare un Silvio Orlando strepitoso nel suo porgere il racconto con dolcezza, come fosse davvero la narrazione di un ragazzino appena uscito da un’infanzia complicata da cui ha imparato a voler bene vedendo la parte migliore di ogni persona incontrata.

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