È bastato un giorno dalle elezioni regionali di domenica 26 gennaio e già si sono visti e letti toni trionfalistici da parte di chi si è aggiudicato il governo della Regione Emilia Romagna. E lo stesso governatore confermato, Stefano Bonaccini, si è lasciato andare su Facebook ad un gesto di matrice salviniana, proprio lo stile aggressivo e spocchioso che il candidato del centrosinistra ha stigmatizzato per tutta la campagna elettorale.
In particolare, Bonaccini ha messo alla pubblica gogna e biasimato con toni aggressivi un utente che esprimeva una critica nei suoi confronti.
Dopo le critiche ricevute da molte cittadine e cittadini, lo staff di Bonaccini deve aver ritenuto utile oscurare almeno il nome dell’utente messo alla gogna. Infine, il post è stato cancellato.

Emilia Romagna

Emilia Romagna: i dati suggerirebbero umiltà

Se è comprensibile l’euforia per la vittoria, è altrettanto vero, come confermano i dati, che la Lega è stata fermata, non sconfitta. Il partito di Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni è il secondo in Emilia, con il 32% dei consensi, e controlla ormai molte province della regione.
Dal canto suo, il governatore è stato riconfermato non solamente grazie alle simpatie di cui gode, ma grazie all’aiuto elettorale fornito dal voto disgiunto arrivato dal M5S e da Forza Italia, dal contributo delle sardine, che hanno riattivato la cittadinanza facendo salire l’affluenza alle urne, e anche da tanti che non avrebbero mai votato lui o il Partito Democratico, ma che di fronte all’ipotesi che l’Emilia Romagna potesse finire in mano alla Lega hanno forzato le proprie convinzioni e i propri princìpi, votando il centrosinistra.

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Elaborazione dell’Istituto Cattaneo sui dati dei candidati presidenti.

A “rovinare” la festa di Bonaccini, del resto, non ci sono solo gli utenti Facebook che lo criticano, ma anche l’analisi dell’Istituto Cattaneo, che ha un titolo piuttosto emblematico: “Una regione non più rossa che rimane contendibile“.
All’attuale governatore e al suo partito potrebbe non interessare la questione cromatica, ma di sicuro dovrebbero preoccuparsi del fatto che la minaccia della destra è stata solo provvisoriamente fermata, non certo archiviata. “Nessuno può dormire sonni tranquilli – conferma ai nostri microfoni Marco ValbruzzI, ricercatore del Cattaneo che ha effettuato l’analisi – Se è vero che tra Bonaccini e Borgonzoni ci sono 8 punti di distanza, nella parte propozionale, quella che riguarda le liste, la distanza si riduce ad appena 3 punti”.

Il ricercatore del Cattaneo conferma una tendenza che in realtà è già stata evidenziata in tutte le ultime ricerche sui flussi elettorali, cioè la spaccatura a metà che interessa anche l’Emilia Romagna e che si muove sull’asse “centro vs periferie“.
Non solo. La “macchia blu” della destra si allarga anche a centri urbani come Ferrara e Piacenza e l’unico argine rimasto, in questa occasione, sono stati i centri cittadini molto popolosi, come Bologna.
A confermare il proprio appoggio al centrosinistra, inoltre, sono stati quei settori cosmopoliti e aperti che vivono in contesti dove la ripresa economica ha portato benefici, mentre nei territori che non hanno registrato in modo incisivo questa tendenza, la destra continua a spopolare.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARCO VALBRUZZI:

Perché l’Emilia Romagna è contendibile

La minaccia leghista, dunque, è tutt’altro che scampata e non esiste alcun “modello emiliano”, come qualcuno è tornato ad evocare facendo ricorso a vecchi cliché. Al contrario, anche l’Emilia Romagna, i cui cittadini non presentano alcun privilegio genetico nei confronti degli altri, è soggetta ad un fenomeno che è sia nazionale che europeo.
Per spiegarlo ci siamo affidati a Claudio Bazzocchi, studioso di filosofia politica, che ha utilizzato proprio questa disciplina per inquadrare la situazione.
Il nocciolo del discorso riguarda le promesse tradite del neoliberalismo, che ha professato la disintermediazione, l’indebolimento dei corpi intermedi spacciata per liberazione dai lacci e lacciuoli sia in campo economico che sindacale, culturale e politico. Ciò ha aperto la strada, ha favorito l’ascesa di figure autoritarie, che solo in apparenza sono contrapposte.

L’autoritarismo, in sostanza, si propone di risolvere i problemi, pensare al posto dei cittadini e delle cittadine, indicare i nemici.
La soluzione a questa situazione, quindi, può passare da un’inversione di rotta, dal ripristinare la mediazione culturale, sociale e politica di cui, anche antropologicamente, l’essere umano può avere bisogno.

ASCOLTA L’INTERVISTA A CLAUDIO BAZZOCCHI: