L’elaborazione del lutto, soprattutto in periodi come questo, è un tema estremamente delicato e sul quale ne abbiamo sentite di ogni: “passerà”, “col tempo passa tutto”, “non ci pensare”. Frasi sentite e risentite, pronunciate da chi in qualche modo voleva rincuorarci (e come ci permettiamo di criticare chi ci aiuta…), ma che alla fin fine non hanno il risultato sperato. Con lo psicologo clinico Giuseppe De Santis, specializzando in psicoterapia cognitiva, andremo dunque ad attraversare questo tema, fornendo delle informazioni e dei consigli utili che possono aiutarci. Non ci dilunghiamo ulteriormente e lasciamo spazio all’intervista.

Elaborazione del lutto: i consigli dello psicologo

Da dove arriva la paura di morire? Innata o solo un fattore culturale?
La paura di morire è innata nell’essere umano, è un potente segnale che ci spinge a cercare la sicurezza in situazioni particolari. In particolare la paura di morire è una condizione esistenziale, che accomuna tutti noi. Devo dire però che il nostro contesto culturale e sociale non favorisce un approccio sereno alla morte. La centralità dell’individuo e lo scarso senso di appartenenza contribuiscono a rendere ancora più temibile la prospettiva della morte.

Lei vuol dirci che l’elaborazione del lutto cambia da cultura in cultura?
Certo, basti pensare ad alcune culture orientali che vedono la morte come motivo di gioia o ancora agli aspetti religiosi che tendono a promettere una vita eterna e più serena. Invece noi, da buoni individualisti temiamo la perdita di tutto quello che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.

Dobbiamo avere paura di morire?
Dobbiamo partire dal presupposto che la paura di morire è assolutamente lecita. In quanto rappresenta l’ignoto per eccellenza, la mancanza di controllo e il senso di impotenza definitivo. Dovremmo però rieducarci al concetto di morte stessa. Sarebbe preferibile piuttosto che evitare e di scacciare questo timore, iniziare magari a familiarizzare, ad accettare la dimensione della nostra mortalità. In modo da canalizzare tutte le nostre risorse verso i nostri obiettivi.

Bisognerebbe garantire un supporto psicologico finanziato dallo stato dopo questo delicato periodo? In particolar modo a chi ha subito delle perdite affettive con il Covid-19?
Sì, sicuramente sarebbe importante non fare affidamento solo a quei servizi di psicologia temporanei che sono stati attivati in questo periodo di emergenza. Così come si sta provvedendo a destinare dei fondi sostanziosi per il reclutamento di personale sanitario, occorrerebbe che lo Stato declinasse dei fondi anche per la grande richiesta di psicologi che ci saranno nei prossimi mesi e nei prossimi anni, in particolar modo come dice lei, per chi ha subito delle perdite affettive in modo improvviso e violento. Il lutto necessita di un intervento immediato, per evitare che si trasformi in un vero e proprio trauma psicologico con effetti devastanti.

Gran parte delle vittime inoltre non ha ricevuto un funerale, un ultimo saluto che può essere considerato un rituale nella cultura occidentale.
Esattamente così, i rituali religiosi sono sempre un modo per esorcizzare questa paura persistente della morte, quindi il timore di perdere una persona cara, unito all’impossibilità di dimostrare vicinanza, come può essere l’estremo saluto, ha effetti molto importanti sulla psiche.

Mi ricollego a questo per porgerle la prossima domanda, ovvero: come le ideologie teologiche e filosofiche cambiano il modo con cui si elabora il lutto?
Considerando la complessità della domanda, io cerco di arrivare a questo punto di vista filosofico, sempre partendo dalla psicologia. Mi viene in mente un saggio scritto da Jung che si chiama Anima e morte che parla dell’elaborazione del lutto come di un processo che dura tutta l’esistenza. Sposta l’attenzione dal lutto visto come perdita di una persona amata e lo generalizza come una perdita di obiettivi personali. Da questo punto di vista filosofico, l’elaborazione di un lutto è un processo con cui si tende a prendere confidenza con la morte, per imparare ad accettarla giorno dopo giorno, considerando la transitorietà di ogni vita, partendo dalla propria. Secondo Jung quando l’uomo riesce ad accettare la propria morte e a viverla cercando risposte senza pretendere di trovarle, afferma che la morte dell’altro non sarà più uno shock. Qui mi collego anche alla visione del buddhismo, secondo il punto di vista teologico non moriamo per una malattia, ma moriamo perché siamo nati. Vita e morte sono sempre interconnesse. Riusciamo ad elaborare meglio la morte di un caro quando la consideriamo facente parte della vita stessa.

A lei è mai successo che avesse un paziente che desse più importanza alle credenze teologiche e filosofiche piuttosto che ai suoi consigli?
Sì, a dire il vero mi è capitato, e quando è successo si “consolasse” e considerasse la morte come una nuova rinascita, inizialmente l’ho considerata come qualcosa da cambiare, però poi riflettendoci mi sono reso conto che in tutti i tempi, le società tendono ad esorcizzare questo timore nel modo che credono più funzionale al benessere e se questo punto di vista può aiutare ad elaborare meglio una perdita, allora ben venga.

Come si dovrebbe affrontare il lutto di un affetto? C’è un modo migliore o cambia di caso in caso?
La sofferenza per una perdita è per definizione un momento particolarmente intimo e va vissuto in modo soggettivo e personale. C’è però da die che elaborare un lutto significa attraversare un serie di processi che sono abbastanza standard. Dopo una prima fase di negazione e di shock emotivo, c’è il rifiuto che una persona cara non sia più con noi. Subito dopo una fase difficile da affrontare è la rabbia, quando ad esempio si cerca un capro espiatorio per la perdita. Posso incolpare me stesso per non aver fatto abbastanza, posso incolpare i medici e via dicendo. Sono tutte fasi delicate che necessitano di un sostegno. Le fasi successive, come quelle della disperazione, in cui si prende consapevolezza della scomparsa, fino ad arrivare a quella dell’accettazione, occorrono di tempi abbastanza lunghi, come 12-18 mesi per l’elaborazione completa e solo alla fine la persona riesce ad essere più motivata, a dare un senso a quanto è successo e a sviluppare un progetto di vita anche senza la persona cara; facendo leva sulle proprie risorse perdonali. Fermo restando che tempistiche e modalità, però, cambiano di caso in caso.

Purtroppo nella nostra cultura troppo spesso si tende ad annullare la morte, facendo finta che nulla sia successo, affrontandola superficialmente. Lei mi conferma che non dovrebbe essere così?
Sì, la nostra cultura tende a nascondere tutti questi vissuti, anche dolorosi, ma in realtà per fare in modo che tutte le fasi procedano nel modo più naturale possibile; occorre che tutti i vissuti vengano verbalizzati e ascoltati da una persona competente se è il caso.

Passiamo ora a dei consigli pratici e utili da regalare a chi ci segue e ci ascolta
Ovviamente quando avviene un lutto, la prima cosa da fare è disinvestire da un obiettivo che non è più raggiungibile, quello della vicinanza con la persona cara. È importantissimo cercare di trovare nuovi obiettivi, nuove relazioni, scoprire hobby che possano darci la consapevolezza che le risorse noi le abbiamo e che il lutto fa parte della nostra esistenza e noi siamo predisposti a superarlo. Ovviamente cercando di dedicarci a tutto ciò che ci può far star bene, senza dimenticare, che il ricordo con la persona cara è un legame indissolubile.

Infine ci può consigliare inoltre un film adatto a questo tema?
Considerando il tema impegnativo che abbiamo affrontato oggi, io mi sento in “dovere” di sdrammatizzare un po’, proponendo la Sposa Cadavere di Tim Burton. Questo perché affronta la morte, rappresentandola come una morte viva e colorata, molto più interessante di grigi eventi intrapresi dai vivi. E poi è anche molto divertente.

Un tema doloroso quello dell’elaborazione del lutto, un tema che tutti noi in qualche modo, chi prima, chi dopo dovremo affrontare. Un tema bastardo e scomodo per tanti, ma che si deve avere il coraggio e la forza di affrontare. Noi lo abbiamo attraversato con il parere di un esperto, che attraverso la psicologia, ci ha spiegato come la morte di un nostro caro può diventare una risorsa. “Prendere confidenza ed accettare la nostra dimensione, canalizzare la nostra essenza in qualcosa di utile, parlare ed esternare”, sono queste le parole chiave da seguire. Se è vero, dunque, che l’esistenza ha una fine, è altresì vero che non siamo spacciati. Non lo siamo perché nel mezzo che trascorre tra nascita e morte, c’è il nostro personale viaggio, ci sono le persone che incontriamo, gli obiettivi che abbiamo raggiunto e quelli che non abbiamo portato a termine. C’è la nostra essenza.

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