Una condanna a morte di massa, contro 188 manifestanti pro-Morsi. La giustizia sommaria della Corte penale di Giza riflette ancora una volta la feroce repressione in atto contro il maggior movimento di opposizione egiziano, quello dei Fratelli musulmani, bandito come organizzazione terroristica dal governo di Abdel Fattah al Sisi.

In Egitto 188 persone sono state giudicate colpevoli per gli scontri alla stazione di polizia di Kerdasa il 14 agosto 2013, in cui morirono 11 poliziotti. La Corte penale di Giza li ha condannati tutti a morte. Una giustizia sommaria e al servizio del regime, che si è pronunciata per un’esecuzione di massa senza giudicare caso per caso, se è vero che nella lista dei condannati figurano anche due imputati morti nel corso del processo. Le persone condannate sono i manifestanti sostenitori di Mohammed Morsi, che in seguito al colpo di stato del 3 luglio 2013 si riversarono nelle strade per protestare e furono repressi nel sangue nel massacro di Kerbasa. Negli stessi giorni Hosni Mubarak veniva prosciolto dall’accusa di complicità per l’omicidio di 239 manifestanti.

“Ci sono molti dubbi sulla legittimità di questa sentenza, che si inserisce in un contesto più ampio di repressione che stanno subendo i Fratelli musulmani – spiega il giornalista del Manifesto Giuseppe Acconcia – La giustizia egiziana è fortemente politicizzata e colpisce l’opposizione per fare il volere di al Sisi”. Secondo Acconcia, dopo la deposizione del presidente eletto Mohammed Morsi e la successiva ascesa al potere dell’ex generale Abdel Fattah al Sisi, quello egiziano è un “contesto politico di grave repressione e di limiti al pluralismo politico“.

Il verdetto definitivo è atteso dopo che sulla sentenza si pronuncerà il Gran Muftì, che potrebbe commutare le condanne a morte in ergastoli. In ogni caso i Fratelli musulmani ricevono un colpo durissimo, dopo che lo scorso dicembre il governo di al Sisi ha dichiarato il gruppo “organizzazione terroristica“. La repressione del regime non fa distinzioni e colpisce tutto il movimento islamista, e non solo: “l’Egitto vive con migliaia di esponenti politici in prigione, molti in sciopero della fame, e la repressione colpisce non solo islamisti ma anche socialisti e liberali”. Anche le elezioni parlamentari che si sarebbero dovute tenere entro la fine dell’anno sono state cancellate: “altro segno che il regime militare è sempre più forte e la stabilità promessa da al Sisi è in realtà un ritorno alle vecchie pratiche dell’autoritarismo di regime care a Mubarak“, conclude il giornalista.