Mohamed Bashir,direttore amministrativo di Eipr (Iniziativa egiziana per i diritti personali), è stato arrestato con un blitz notturno dall’autorità giudiziaria con accuse di terrorismo e diffusione di notizie false. Proprio come nel caso dello studente Patrick Zaki, che collaborava con la stessa ONG di Bashir, questo arresto si inserisce in un più ampio contesto di repressione dello Stato verso le iniziative di tutela dei diritti umani. A spiegarci le dinamiche della vicenda ai nostri microfoni è intervenuto Giuseppe Acconcia,giornalista ericercatore.

Egitto, la repressione del dissenso è un copione che si ripete

Il copione si ripete. Il direttore amministrativo di Eipr (Iniziativa egiziana per i diritti personali) Mohamed Bashir è stato prelevato in piena notte dalla sua abitazione e arrestato con quelle che sembrano essere accuse, prive però di indizi investigativi, di terrorismo e diffusione di notizie false contro la sicurezza del Paese.
Le modalità del suo arresto però non suonano nuove, proprio come spiega Giuseppe Acconcia,giornalista ericercatore: «sicuramente la notizia dell’arresto di Mohamed Bashir si inserisce nel più ampio spettro di arresti che vanno avanti in Egitto ormai da anni e sono arresti di oppositori politici sostanzialmente».

Lo scorso 3 novembre Bashir aveva partecipato ad un incontro tenuto al Cairo da Eipr proprio sui diritti umani, al quale erano presenti diplomatici e ambasciatori di diversi paesi tra cui l’ambasciatore italiani Giampaolo Cantini, e durante il quale il tavolo di lavoro aveva concentrato la discussione sulla violazione dei diritti umani in Egitto. «Evidentemente – afferma Acconcia – le autorità egiziane hanno subito notato questa attività che faceva l’organizzazione di Bashir e ha arrestato una delle figure rilevanti dell’ONG».

Quello di Bashir non è però un caso isolato di sabotaggio istituzionalizzato da parte delle autorità egiziane nei confronti di iniziative volte a difendere i diritti umani e denunciarne le violazioni. «Il tentativo in Egitto è ancora una volta di quello di mettere il bavaglio a chiunque voglia parlare in difesa dei diritti umani e di difesa delle libertà individuali e politiche in un paese che vive in una durissima repressione dopo il colpo di stato del 2013», spiega Acconcia.

«Il caso di Bashir è molto particolare – prosegue ai nostri microfoni il ricercatore – perché fa parte di questa Egyptian Initiative for Personal Rights, una ONG che si occupa di diritti che è la stessa con la quale collaborava Patrick Zaki». Il caso Zaki, studente dell’Università di Bologna che si occupava di diritti umani, diritti delle minoranze e questioni di genere, riscosse molto seguito in Italia ma, ancora ad oggi, le informazioni su come stia procedendo la giustizia egiziana nei suoi confronti sono lacunose e confuse.
«Si sa che è stato arrestato, ci sono delle accuse generiche che riguardano la sovversione, la stabilità dello stato piuttosto che accuse dirette direttamente alla diffusione di notizie false, quindi accuse che vengono un po’ utilizzate per tanti attivisti». Le stesse accuse, infatti, mosse anche contro Mohamed Bashir. «La stessa sorte – commenta Acconcia – che è capitata ad altri migliaia, perché Amnesty International parla di oltre 60mila detenuti politici in Egitto».

In questi ultimi due casi però, secondo il ricercatore, si potrebbe parlare anche di aggravanti che, nel caso di Patrick, sarebbero ricollegabili alla stigmatizzazione del suo studio sulle questioni di genere, che coinvolgerebbe quindi anche altre questioni legate alla comunità LGBT e alla situazione interna del Paese.
Per quanto riguarda invece il caso di Bashir, Acconcia spiega: «stiamo parlando di un caso emblematico perché c’è una nuova tendenza nel caso delle autorità egiziane che è quella di rotare gli attivisti da un caso ad un altro per non rilasciarli mai e questo potrebbe essere un esempio in questo senso. Continuare ad andare avanti con una custodia cautelare che non finisce mai. In teoria in Egitto al massimo ci possono essere due anni di custodia preventiva ma secondo i dati che vengono resi noti si è stigmatizzato proprio il fatto che la custodia cautelare si estende per un periodo lungo di tempo, gli attivisti vengono rotati da un caso ad un altro e quindi alla fine non si sa mai quando escono, quali sono veramente le accuse nei loro confronti e quindi non c’è certezza del processo, della pena».

L’Eipr intanto fa sapere con una nota che «la detenzione di Mohammed Basheer è solo l’ultimo episodio della repressione in corso che mira a intimidire e spaventare i professionisti legali e dei diritti umani, nonché gli attivisti sociali e politici. Questo non può essere visto al di fuori del contesto generale autoritario e repressivo, che sta assestando un colpo dopo l’altro ai più elementari dei diritti e delle libertà garantiti dalla costituzione egiziana e dalle norme e accordi internazionali».

Francesca Chiamenti

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