Non solo dissidenti politici, attivisti e sindacalisti. La repressione del regime di Al Sisi in Egitto colpisce anche la comunità lgbtq che, se da sempre è stata oggetto di discriminazione nel Paese, dopo il golpe del 2013 ha registrato un inasprimento della criminalizzazione nei propri confronti. Decine di arresti, torture e maltrattamenti, ma anche chiusura dei luoghi di ritrovo lgbtq e una campagna mediatica per la moralità: con questi strumenti i militari hanno cercato di accreditarsi, nonostante Al Sisi si fosse presentato come laico, in contrapposizione al presidente deposto Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani.

Egitto, l’omotranfobia è una vecchia questione

“Colpire la comunità lgbtq è una costante in Egitto – sottolinea ai nostri microfoni il giornalista e ricercatore Giuseppe Acconcia – ma è difficile dire se al tempo di Morsi la situazione fosse peggiore, anzi”.
Nei decenni le persone lgbtq e le donne hanno dovuto subìre arresti, test per la verginità sulle donne e test anali rivolti agli uomini presunti gay.

Eclatante fu il caso della Queen Boat nel 2001. Una nave turistica ormeggiata sul Nilo di fronte all’Hotel Marriott del Cairo, che l’11 maggio di quell’anno fu assaltata delle forze dell’ordine in un’operazione che si concluse con l’arresto di 52 presunti omosessuali.
Nonostante ciò, sono state tante le persone lgbtq che hanno preso parte, anche se non apertamente, alle proteste di piazza Tahrir nel 2011, quando addirittura si parlava di pride. E sul piano sociale, la comunità lgbtq ha fatto passi avanti, ad esempio attraverso l’utilizzo di Grindr, una app di incontri.

La repressione di Al Sisi

“Dal luglio del 2013, in seguito al colpo di Stato che portò al potere Al Sisi, non è possibile fare attivismo lgbtq in Egitto”, spiega Acconcia, che elenca una serie di vicende con cui le autorità hanno colpito la comunità lgbtq.
Uno dei casi più noti è quello della Rainbow flag, la bandiera dell’orgoglio lgbtq che fu esposta durante un concerto di una band libanese e che portò all’arresto di 16 persone.
Un altro caso eclatante, per certi versi simile a quello della Queen Boat, fu quello della Nile River party boat, dove si tentò di inscenare un matrimonio gay. Anche in quel caso ci furono arresti sommari da parte della autorità egiziane.

Anche sul versante legislativo il regime ha tentato di intervenire, anche se non è arrivato ad una vera e propria legge contro l’omosessualità.
Un tentativo fu fatto nel 2017 dal parlamentare Ryad Abdel Sattar, che propose di criminalizzare l’omosessualità con l’introduzione di un reato nel codice penale.
Un altro tentativo legislativo riguardava le persone gay straniere che vivono in Egitto. In questo caso la Corte amministrativa egiziana ha sentenziato che la polizia può espellerle dal Paese.

Anche le persone transgender non se la passano bene. Sono frequenti gli attacchi registrati al Cairo, che hanno portato ad arresti e maltrattamenti.
Un ulteriore elemento di questa vera e propria persecuzione riguarda i luoghi di ritrovo delle persone lgbtq. Molti cinema e locali dedicati o frequentati dalla comunità sono stati chiusi.
A proposito di ritrovi, ha fatto scuola in negativo il servizio della giornalista Mona Iraqi che, seguendo alcune persone in un hamman pubblico, ne ha fatte incarcerare una trentina con le solite accuse pretestuose.

Mediatizzazione della criminalizzazione e uso strumentale dell’omofobia

Quest’ultimo caso è emblematico delle strategie del regime, che attraverso il controllo dei media criminalizza l’omosessualità e promuove campagne per la moralità, o sarebbe meglio dire il moralismo.
Eppure Al Sisi, subito dopo il colpo di Stato, si era presentato come laico, in opposizione alla Fratellanza Musulmana che aveva rimosso dal potere.
“In un primo momento si era presentato come difensore dei diritti delle donne – osserva Acconcia – dicendo di volendo vietare o limitare le mutilazioni genitali femminili”.

La repressione delle persone lgbtq, osserva il giornalista, è però uno strumento con cui i militari egiziani hanno cercato di accreditarsi presso alcuni settori della società, un modo per mostrarsi con un volto morale. Anche se non appartenenti all’islamismo politico, quindi, i militari utilizzano l’omotransfobia come strumento per la gestione del potere.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIUSEPPE ACCONCIA: