Nel marzo scorso, quando l’Italia era travolta dalla prima ondata della pandemia, il tribunale di Torino condannò a due anni di sorveglianza speciale Eddi, Maria Edgarda Marcucci, combattente italiana con le donne curde contro l’Isis. Senza un processo o la contestazione di un reato, ma grazie ad un residuo dei codici fascisti, Eddi è stata ritenuta “socialmente pericolosa” e costretta a pesanti limitazioni.
Il prossimo 12 novembre, a Torino, si terrà l’udienza di appello che potrebbe confermare definitivamente la sorveglianza speciale o revocarla. Per questo motivo è stato convocato un presidio di solidarietà nei confronti dell’attivista.

Sorveglianza speciale, l’intervista ad Eddi

Ai nostri microfoni, Eddi non ha molta voglia di parlare della propria condizione personale. Dalle sue parole, sembra più interessata a far sapere quanto sta ancora accadendo in Siria, anche se i riflettori mediatici si sono spenti. E infatti parla delle grandi conquiste del confederalismo democratico, del sacrificio di dodicimila vite umane tra le fila delle milizie curde Ypj e Ypg, della sconfitta militare dell’Isis di cui beneficiamo tutti noi. Ma mette anche in guardia: “Isis è un’ideologia, il jihadismo è un’ideologia e come dimostrano i fatti recenti (gli attentati in Francia e Austria ndr) non è sconfitta”. E ricorda che dall’ottobre dell’anno scorso la Turchia ha invaso il Rojava.

Quanto a sé, Eddi non esita a definire la sorveglianza speciale cui è sottoposta una “decisione ignobile” e un “precedente grave” e sottolinea come il retaggio patriarcale e capitalista che è presente anche all’interno del tribunale di Torino abbia portato a infliggere la misura restrittiva all’unica donna del gruppo. Nella vicenda giudiziaria, infatti, erano stati coinvolti anche Davide Grasso, Fabrizio Maniero, Paolo Andolina e Jacopo Bindi, che però sono stati “graziati” dal tribunale.

Ciò che viene contestato ad Eddi non sembra essere tanto la sua militanza nello Ypg, quanto piuttosto l’aver partecipato a un presidio di fronte a un ristorante torinese in difesa dei lavoratori che non venivano pagati da mesi e l’aver partecipato a un presidio di fronte alla Camera di Commercio di Torino contro la fornitura militare italiana alla Turchia, responsabile dell’invasione dei territori della Siria del Nord e della persecuzione dei curdi turchi.

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