E così poco più della metà del Senato ha mandato Matteo Salvini a processo per la vicenda Open Arms. Tra gli episodi della politica dei “porti chiusi” portata avanti dall’ex ministro e attuale (vacillante) leader della Lega, sicuramente non si tratta di quello più grave.
Salvini avrebbe infatti potuto rispondere del sequestro di naufraghi sulla nave Diciotti della Guardia Costiera che, da legge, è suolo italiano. In ogni caso ora dovrà affrontare un processo e, come si dice, difendersi nel processo e non più dal processo.
Questa vicenda giudiziaria, per come è evoluta, ci dice però molte cose sulla politica contemporanea e anche sul modo con cui l’opinione pubblica approccia e considera temi importantissimi della vita democratica.

Salvini a processo: i giochi politici e lo stato di diritto

Un primo dato interessante riguarda la posizione di Italia Viva e del suo leader Matteo Renzi. Dopo aver “salvato” Salvini in Commissione, ieri il partito dell’ex premier ha invece votato a favore dell’autorizzazione a procedere. Potremmo perderci a cercare una logica nelle diverse posizioni espresse dai renziani – che in Commissione respinsero la mozione perché ravvisavano un coinvolgimento di tutto il governo, mentre ieri hanno sostenuto che Salvini non abbia agito per il bene del Paese – ma se lo facessimo ci faremmo ingannare dalla retorica della politica.
Possiamo invece analizzare la stessa vicenda sotto la lente dei rapporti all’interno della maggioranza. Quando arrivò il voto in Commissione i renziani sembravano ai ferri corti col premier e gli altri partiti, oggi la situazione nel governo sembra diversa. Se questa chiave fosse corretta, direbbe molto del senso delle istituzioni e di come i nostri parlamentari affrontino le questioni nel merito interpretando il loro ruolo di rappresentanti del popolo e servitori dello Stato.

La differenza tra merito e strategia politica la ritroviamo in un altro aspetto di questa vicenda. Se, come era immaginabile, un vetusto e ritrito Berlusconi ha fatto suonare il suo disco inceppato, quello che canta di “giustizia ad orologeria” e “sinistra che odia”, ci sono altri commentatori (lontani dalle posizioni di Forza Italia) che sostengono che mandare a processo Salvini sia una cosa sbagliata, che non si può far fuori un avversario per via giudiziaria e che il processo al leader leghista potrebbe essere un boomerang che lo rimette in sella, facendone un martire acclamato dalle folle.
Se l’obiettivo dell’autorizzazione a procedere è quella di estromettere Salvini dall’agone politico, magari sperando che scatti la legge Severino che impedisce di candidarsi a chi ha ricevuto una condanna superiore a due anni, queste preoccupazioni sarebbero corrette.

Il processo a Salvini non deve essere uno strumento politico. Considerarlo tale è altrettanto grave che abusare del proprio potere per sequestrare persone in mare.
Tuttavia non è condivisibile l’idea di chi, di fronte a fatti e politiche così gravi e incostituzionali, suggerirebbe di lasciar correre perché più conveniente a livello politico.
Non sottoporre a giudizio gli atti di Salvini sarebbe un ennesimo colpo ad un già agonizzante stato di diritto. Le scorribande fuori dal recinto del consesso democratico, così come disegnato dalla nostra Costituzione e dalle convenzioni internazionali, sono state e sono così tante e ormai spudorate che forse qualcuno più realista del re fa di questa frequente “illegittimità di Stato” il terreno su cui ragionare.

I principi costituzionali e lo stato di diritto non sono un feticcio di cui riempirsi la bocca nei comizi e nelle orazioni istituzionali, ma sono il fondamentale perimetro entro cui può e deve svolgersi la convivenza civile. Fuori da quel perimetro c’è la barbarie e non possiamo abituarci ad osservarla fino ad accettarla, quindi normalizzarla.
È proprio la Costituzione e il diritto – anche internazionale – ad averci salvati e salvate, nel recente passato da aberrazioni come la legge Fini-Giovanardi sulle droghe e ad aver smontato bestialità come i Decreti Sicurezza dello stesso personaggio che ora finisce a processo.
Saranno la Costituzione e il diritto a poter porre fine, in presenza di una classe politica scadente, ai respingimenti per procura che l’Italia e l’Europa ha affidato ai tagliagole libici o ai lager per migranti dai mutevoli nomi (cpt, cie, cpr…) che il Vecchio Continente utilizza senza scrupoli di coscienza.

Proprio per questo, sottoporre a processo Matteo Salvini è un gesto importante per stabilire se sia legittimo o meno utilizzare i corpi e le vite di persone salvate dall’annegamento in mare per mostrare fermezza nei confronti del proprio elettorato o per condurre una trattativa con l’Europa.
Sì, perché di questo stiamo parlando. Non stiamo parlando della protezione dei confini da minacce esterne, perché le vere minacce viaggiano in prima classe sui voli di linea, hanno visti e passaporti e spesso portano un anonimo doppiopetto.
Sarà dunque un tribunale, visto che non riesce a dirlo la politica, a dire se è legittimo bloccare per giorni, al caldo, su una nave persone stremate e disperate. Ed è giusto che sia così.
Quello su cui semmai possiamo discutere è se siamo veramente ad un così infimo livello da dover ricorrere ad un tribunale per affermare un principio basilare di umanità. E purtoppo la risposta è sì.